Qui Beirut: la tregua non c'è mai stata e l'esodo continuaPrima un via libera americano – o così era sembrato – a Israele a colpire Beirut, poi un improvviso “altolà” di Trump. La trattativa sul Libano è un continuo tira e molla, una spada di Damocle che pende sul Paese. L'escalation delle ultime settimane – a dispetto di un “cessate il fuoco” solo formale – aveva risparmiato la capitale libanese. Ieri, il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz avevano ordinato all'esercito di colpire i quartieri meridionali della capitale libanese, considerati roccaforte di Hezbollah.La mossa è stata presentata come una risposta «alle ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte dei miliziani degli attacchi contro le nostre città e i nostri cittadini». L'annuncio ha provocato un nuovo esodo di massa da Dahiyeh, con migliaia di auto incolonnate e bloccate nelle vie della capitale. «Se non c'è calma al Nord (di Israele, ndr), non ci sarà calma neanche a Beirut», ha poi dichiarato il ministro Katz a una cerimonia militare. «Non permetteremo – ha aggiunto – che le nostre comunità e i nostri cittadini vengano danneggiati mentre a Beirut regna la calma». Il ministro della Difesa ha quindi affermato che l'obiettivo è «trasformare l'area del fiume Litani in una zona sotto il controllo militare» israeliano.In serata è poi arrivato lo “stop” del presidente americano. «Ho avuto una telefonata molto produttiva con Netanyahu – ha scritto Trump su Truth – e non ci saranno truppe dirette a Beirut», parlando anche di «un'ottima telefonata con Hezbollah», secondo cui le parti hanno concordato un cessate il fuoco. Secondo il quotidiano saudita al-Sharq al-Awsat , «i canali diplomatici ufficiali libanesi hanno informato gli Stati Uniti che Hezbollah ha accettato la proposta di cessate il fuoco di Washington ed è pronto a impegnarsi a non colpire Israele, in cambio di un impegno analogo a non colpire i sobborghi sud di Beirut».Una buona notizia per i libanesi, ma che deve ancora resistere alla prova dei fatti. Il bilancio delle vittime, aggiornato ogni ventiquattr'ore dal ministro della Sanità libanese, testimonia di una tregua quasi a senso unico. Dall'inizio, esattamente tre mesi fa, dell'ultimo round di violenza, il bilancio delle vittime in territorio libanese ha raggiunto quota 3.433 morti e 10.395 feriti, di cui 1.118 morti solo dal 17 aprile, ossia dall'entrata in vigore del “cessate il fuoco”.Sul terreno, una «svolta radicale» – secondo l'espressione di Netanyahu – è avvenuta domenica con l'occupazione israeliana del castello crociato di Beaufort che, grazie alla sua posizione strategica a 700 metri di altitudine, domina l'intera Valle del Litani fino all'Alta Galilea. A niente è valso lo status di “protezione rafforzata”, conferito al castello e ad altri 33 siti libanesi da parte dell'Unesco. Per Israele, si tratta di uno sviluppo dall'alto valore simbolico: la fortezza era stata occupata una prima volta dalle truppe di Ariel Sharon durante l'invasione del Libano del 1982, dopo aspri scontri contro i “fedayin” palestinesi, ed era rimasta sotto controllo israeliano fino al ritiro dal Libano nel maggio del 2000. Con la differenza, ammessa dagli stessi media israeliani, che stavolta nel luogo «non c'erano combattenti di Hezbollah né armamenti». Subito dopo aver issato la bandiere sulle rovine del castello, gli israeliani hanno emesso un ordine di evacuazione a tutti i residenti nell'area a sud del fiume Zahrani, poco prima di Sidone, estendendo di fatto il teatro delle operazioni militari a circa il 20 per cento del territorio libanese. Il presidente francese Emmanuel Macron ha giudicato «ingiustificabile» l'occupazione di Beaufort, mentre il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha definito l'operazione «un grave errore per Israele». La Francia ha convocato una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu, fissata per la notte di ieri. Dal canto suo, il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato ieri la «feroce e riprovevole aggressione israeliana». Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto un colloquio telefonico sia con Aoun che con Netanyahu in merito ai negoziati diretti in corso a Washington tra libanesi e israeliane. Secondo un funzionario statunitense, Rubio avrebbe proposto, come primo passo di una de-escalation graduale, che Hezbollah interrompa completamente gli attacchi contro Israele. In cambio, Israele si impegnerebbe a non intensificare le operazioni militari contro Beirut. In sostanza, la proposta andata poi a buon fine grazie all'intervento di Trump.Qui Washington: la Casa Bianca vorrebbe chiudere in fretta, Teheran chiede garanzieIl fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran ha rischiato di frantumarsi sul fronte libanese. Teheran ieri aveva avvertito che nuove offensive israeliane contro Hezbollah avrebbero provocato il crollo della tregua raggiunta ad aprile con Washington e chiesto che la questione libanese venisse inclusa nelle trattative indirette con gli Stati Uniti. Qualche minuto dopo la telefonata tra il presidente Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, è stato lo stesso tycoon a rassicurare: «I colloqui con l’Iran vanno avanti a ritmo serrato».La squadra negoziale iraniana aveva fatto sapere di aver sospeso lo scambio di messaggi con Washington attraverso i mediatori proprio dopo che Israele ha ordinato alle proprie truppe di avanzare ulteriormente nel sud del Libano. La televisione di Stato iraniana ha parlato apertamente di una tregua «molto probabilmente destinata a finire» se gli attacchi contro Hezbollah dovessero continuare. «Non ci saranno colloqui finché non saranno soddisfatte le richieste dell’Iran e della resistenza su questo tema», ha riferito l’agenzia Tasnim. Stesso messaggio, ma toni ancora più duri dai Pasdaran. Su “X”, i Guardiani della Rivoluzione hanno definito le offensive israeliane in Libano e a Gaza «una guerra diretta» contro l’Iran e hanno avvertito che «chiunque semini vento raccoglierà tempesta», mentre il comando militare iraniano ha minacciato ritorsioni contro il nord di Israele nel caso di nuovi attacchi contro la periferia meridionale di Beirut. E, secondo Axios, Hezbollah avrebbe fatto sapere di essere pronto a un cessate il fuoco totale e immediato con Israele, purché venga affrontata anche la questione dell’occupazione israeliana del Libano meridionale.La crisi arriva mentre Donald Trump cerca da settimane di presentare come imminente un accordo con Teheran. Negli ultimi giorni il presidente americano aveva ripetutamente lasciato intendere che un’intesa fosse vicina e che fosse possibile arrivare presto alla riapertura dello Stretto di Hormuz alla normale circolazione di petroliere e navi commerciali.Ieri, però, il tono della Casa Bianca è cambiato sensibilmente. In un’intervista alla Nbc, Trump ha minimizzato le notizie sulla sospensione dei negoziati, affermando di non aver ricevuto alcuna comunicazione. Poi ha corretto il registro ottimistico delle settimane precedenti. «Forse abbiamo parlato troppo – ha detto –. Stare in silenzio potrebbe essere una cosa molto buona. Posso aspettare quanto vogliono». Poi ha aggiunto che il silenzio non significherebbe una ripresa immediata dei bombardamenti: «Continueremo semplicemente il blocco». Poche ore dopo, alla Cnbc, Trump ha ulteriormente ridimensionato l’importanza dei colloqui con Teheran. «Non mi importa se sono finiti. Davvero, non me ne può importare di meno», ha dichiarato. E, nonostante le nuove tensioni sullo Stretto di Hormuz, si è detto convinto che «il prezzo del petrolio crollerà a picco tra pochissimo tempo». La Casa Bianca sembra dunque voler prendere tempo senza dover ammettere il fallimento del negoziato.Sul terreno, intanto, i segnali di tensione continuano ad accumularsi. Ieri, una nave mercantile in navigazione nel Golfo Persico è stata colpita da un proiettile non identificato a circa quaranta miglia nautiche dalla costa irachena, provocando una forte esplosione. L’agenzia britannica per la sicurezza marittima Ukmto ha riferito che non risultano danni ambientali significativi, ma l’episodio conferma la vulnerabilità delle rotte commerciali. E il Comando centrale americano ha sottolineato che migliaia di militari statunitensi continuano a sostenere il blocco contro l’Iran e che hanno già fermato 121 navi commerciali e trattenuto altre cinque imbarcazioni per verifiche.Dietro le prese di posizione pubbliche qualcosa continua a muoversi sul fronte diplomatico. Fonti vicine ai negoziatori iraniani affermano che Teheran starebbe cercando un accordo temporaneo con Washington per alleggerire la pressione economica, ottenere accesso a parte dei proventi petroliferi congelati all’estero e stabilizzare la situazione interna senza affrontare subito i nodi più delicati del programma nucleare. Se in effetti la leadership iraniana cerca attivamente una pausa, questa convergenza di interessi di Washington potrebbe evitare una nuova escalation.
Netanyahu vuole il Libano, Trump l'accordo con l'Iran: ecco perché sta vincendo il caos
La telefonata con cui Donald Trump ha fermato in extremis Benjamin Netanyahu lanciato nell'offensiva contro Beirut spiega bene come le strategie dei due Paesi non coincidano. Ecco il punto della situazione sui due fronti












