È una pace fra lo stato più potente e il più debole della regione. Ed è una pace in fieri. Quello concordato a Washington sabato è solo l’inizio di un processo negoziale, simile a quello avviato fra Usa e Iran la settimana precedente. Ma è in fragile divenire soprattutto perché i soggetti non sono solo due governi, il libanese e l’israeliano, ma anche due attori: l’Iran ed Hezbollah, il suo braccio armato nel Levante mediorientale.
Rimane comunque l’importanza storica del riconoscimento fra due paesi tecnicamente in guerra dal 1948: non è da poco, da queste parti. Israele e Libano, dice il primo dei 14 punti del documento approvato, “dichiarano la loro intenzione di porre fine definitivamente al conflitto, di affrontarne le cause fondamentali e di porre così ufficialmente fine a qualsiasi stato di guerra tra di loro”.
Ritagliato dai francesi dalla Grande Siria dell’impero ottomano per creare uno stato cristiano, il Libano è sempre stato un arcipelago confessionale: in teoria era un possibile modello avanzato di convivenza religiosa in una regione di fedi, sette, etnie e tribalismi: in pratica questi difetti regionali hanno avuto la meglio, facendo del Libano uno stato profondamente debole. Così fragile da essere vittima e campo di battaglia di tutti i conflitti: fra israeliani e palestinesi, e quelli fra paesi arabi per il predominio sulla regione.










