Come possono cambiare le nostre città mentre il clima cambia? Come possiamo rispondere non solo alle ondate di calore, ma a nuove necessità di vita? Se è vero che alcuni primi cittadini arrivano a dire di non uscire di casa a giugno, se i dati degli ospedali testimoniano la difficoltà di adattamento alle temperature, come possiamo ragionare su una nuova trama urbana?
L’alluvione del 2023 ci ha ricordato come periodi siccitosi siano direttamente collegati alla gestione incontrollata di grandi quantità di acqua, mentre le abitudini di stati che parevano molto distanti (alcune parti degli Usa e dell’Africa, ma anche la penisola iberica) sono sostanzialmente ormai le nostre. Dunque. Potremmo soffermarci su due tipi di ragionamento, entrambi spesso difficilmente applicabili per questioni legali o burocratiche: uno strutturale e di ordine urbanistico; l’altro invece organizzativo.
Il primo: non bastano vasoni con alberelli a rendere una città più respirabile. La rendono più bella, più accogliente, con più ombra. Se vogliamo però ragionare davvero sul verde e sulla difesa del nostro territorio, bisognerebbe per esempio inserire sempre più giardini e aiuole (fra i binari del tram? Ancora in più piazze? Nelle periferie cementificate? Con cinture verdi attorno ai centri? Con barriere e facciate verdi?) e legare, dove possibile, questi giardini alla raccolta delle acque. Le strategie tradizionali di drenaggio urbano sono spesso fallimentari. Studi dell’Università di Milano e Bologna dimostrano come l’impatto di vasche di laminazione o giardini della pioggia (i cosiddetti rain gardens, veri e propri bacini di infiltrazione in aiuole ribassate, o depressioni cinte da muratura con vespai drenanti) possano avere un impatto positivo anche per le temperature percepite. E le cosiddette trincee di infiltrazione possono non solo aiutare il sistema fognario nel convogliare le acque, ma cambiare il volto di un’intera area.













