Il caldo estremo non è un’emergenza di domani ma di oggi, e coinvolge ogni ambito: sanitario, sociale ed economico. Se la politica non risponderà in maniera adeguata a pagare saranno i più fragili.

Articolo di Caterina Sarfatti, managing director, political strategy and advocacy per la rete globale C40

In Diluvio di Stephen Markley, l’estate del 2034 è come quella del 2026, al quadrato. Racconta quello che può fare il caldo, se solo diventa un pochino più lungo e un pochino più intenso. A far riflettere non è solo la quantità di morti, ma le infrastrutture che non reggono, i black out che lasciano milioni di persone senza aria condizionata, l’effetto del caldo sui nuovi anziani: baby boomers divorziati e soli. Uccisi nel loro individualismo senza reti, più o meno consapevole. Guardare una probabile estate del 2034 nel mezzo di questa è utile a rendersi conto quanto siamo vicini all’ingestibile e quanto ancora possiamo fare per salvarci.

Siccità, ondate di calore e città invivibili: a che punto siamo Siamo in emergenza climatica, il che non significa solo che fa più caldo, ma che le ondate di calore sono più frequenti e che l’acqua è troppo poca per troppo tempo o troppa d’improvviso e in pochissimo tempo. Significa che avere la giusta quantità d’acqua e di gradi per stare bene è diventato un privilegio. In particolare, le nostre città sono fatte per un clima che non c’è più e che non tornerà più. E tutto questo riguarda la vita quotidiana delle persone. Non è solo una questione ambientale, ma sociale, economica, sanitaria. Sociale, perché il cambiamento climatico lo pagano di più gli anziani soli, i bambini, le donne in gravidanza, i lavoratori nei cantieri, gli agricoltori. Economica perché i soldi persi a causa del caldo estremo sono praticamente mezza legge di bilancio. Si stima che in Italia sono circa 12 miliardi, ogni anno. Sanitaria perché il caldo è un killer pericoloso e silenzioso: sono 200 mila i morti da caldo estremo negli ultimi 4 anni secondo l’OMS. E la cosa che spaventa di più, o meglio che fa più rabbia, è che sono vite che potrebbero essere state salvate anche solo con più informazione, e meno silenzio.