Dopo l’ondata di caldo, le grandinate. Poi verranno siccità e alluvioni. Non ho la sfera di cristallo. Semplicemente il paese continua a rivelarsi vulnerabile agli eventi estremi, esattamente come gli scienziati ci dicono ormai da decenni sarebbe successo.In questa litania di eventi, mi è capitato più volte di incappare in chi vuole ancora discutere se effettivamente stia cambiando qualcosa. “Ma non c’erano le ondate di caldo anche in passato?” “E le grandinate?” Sì, santo cielo. C’erano anche prima. Ciò che sta cambiando è la statistica. No, non lo si vede contando il numero di giornate calde dai bollettini dei giornali degli ultimi dieci anni. E sì, mezzo grado di differenza in media cambia di molto la natura degli eventi estremi. Basta con dilettanti che si immaginano di scoprire cose nell’intimità del loro bagno o sulle pagine di Facebook che nessuno finora nella comunità scientifica ha pensato. Basta con i complottisti che immaginano “poteri forti” che per qualche ragione, durante la più grande trasformazione industriale del secolo, sembrano interessarsi della più remota provincia italiana. È tutto terribilmente noioso e, soprattutto, una distrazione colossale.Prima di tutto, sulla discussione tra dilettanti: il lavoro per estrarre un segnale sensato da uno rumoroso come quello delle osservazioni climatiche richiede metodi difendibili da gente che ha metabolizzato oltre un secolo di pratica e teoria. È il lavoro di scienziati che tipicamente hanno studiato fisica o matematica (non economia, architettura o giurisprudenza), e che poi fanno un dottorato di ricerca durante il quale imparano ad applicare metodi sofisticati per cercare di estrarre quel segnale. Metodi sviluppati per pianificare il D-Day, per dire, o per prevedere il tempo meteorologico a dieci giorni, o per decidere quando lanciare un razzo per i satelliti, o quando far partire l’operazione Desert Storm, o per pianificare la costruzione della diga delle Tre Gole, e così via.A scanso di equivoci, quella comunità scientifica ha concluso già da tempo che ciò che sta succedendo è diverso dal passato, sta cambiando rapidamente, ed è molto probabilmente imputabile al cambiamento climatico indotto dall’aumento delle concentrazioni di gas serra. Punto. Se non siete convinti, il vostro contributo al dibattito non si fa sui social o al bar. Fate una laurea in fisica, studiate climatologia, pubblicate, dimostrate di essere in grado di dominare i metodi che sono stati validati empiricamente. A quel punto, mettete sul piatto le vostre alternative e vediamo se sopravvivono all’esame scientifico. La scienza non è democratica. Uno non vale uno. Le opinioni senza validazione empirica sono congetture da dimostrare. Il fatto che non sia uscita una spiegazione alternativa non è frutto di censura, ma del semplice fatto che le alternative proposte finora non hanno retto all’urto della revisione scientifica.Soprattutto, l’ossessione per il dibattito scientifico è una colossale distrazione dalla discussione che invece deve essere politica e democratica: cosa facciamo? Perché dato ciò che sta succedendo, sarebbe davvero il caso di focalizzarsi su cosa il paese debba fare per affrontare la realtà. E qui vale il monito che David Hume pronunciò tre secoli fa: dall’essere non può discendere ciò che deve essere. Per quanto ci si appassioni a dibattere se Franco, il barista sotto casa, abbia un’opinione legittima sull’attribuzione degli eventi climatici, il problema è che, anche fossimo tutti d’accordo sui fatti, da questi non discendono decisioni normative su cosa fare. Ci troviamo di fronte a scelte politiche, valoriali, complesse, quelle sì da dibattere tra tutti noi.Quanti soldi vogliamo spendere per mettere in sicurezza l’agricoltura italiana, visto gli impatti degli eventi estremi, l’incidenza di siccità e la trasformazione delle colture? Quanti soldi vogliamo spendere per preparare il sistema sanitario sapendo che la popolazione invecchia e che un incremento di giornate con temperature percepite sopra i 45 gradi aumenta la mortalità degli over 65? Quanto vogliamo spendere per mettere in sicurezza le città? Quali città importano di più? E dato che i soldi non sono infiniti, preferiamo spenderli su questo o, per dire, su scuole, Difesa, innovazione industriale? Se la produttività del lavoro e dei capitali rimane inchiodata a dov’è da vent’anni, non ci saranno soldi per fare nulla, quindi quali di questi investimenti sarà anche in grado di produrre valore? Queste sono questioni politiche sulle quali val la pena ragionare, con freddezza, attenzione, intensità, per poi elaborare un piano.Negli ultimi anni ho provato a dire a chiunque ascoltasse che dobbiamo cominciare a ragionare su un piano esecutivo – non su una lista di desideri senza costi, come spesso sono i piani di adattamento – per capire quale economia ci dobbiamo ragionevolmente aspettare nei prossimi trent’anni, stimare quante risorse quell’economia sia in grado di generare per gli interventi territoriali, valutare in che modo il cambiamento delle condizioni materiali possa impedire quello sviluppo economico, stimare il costo degli interventi per mettere in sicurezza quella crescita, e ragionare su come finanziare quegli interventi. Mi si è detto che questa pianificazione in Italia non si fa. Che tutti pensano solo in termini di cicli elettorali, che non c’è cultura della pianificazione.Sono ovviamente sciocchezze. L’Italia ha pianificato l’infrastrutturazione di gran parte del dopoguerra. La trasformazione del Veneto dopo il Polesine non è caduta dal cielo. La costruzione dell’alta velocità non è capitata per caso. Che queste pianificazioni siano orientate politicamente è inevitabile. Dopotutto si tratta di spendere soldi collettivi per delle priorità. Che non ci siano sempre le condizioni politiche per intraprendere queste pianificazioni nazionali è evidente – è un problema comune a tanti paesi. Ma è anche del tutto evidente che a volte le condizioni si presentano. Quando, dopo il Covid, l’Europa si presentò sul soglio di casa nostra con 194 miliardi di euro per il Pnrr, scoprimmo, dopo aver pianto miseria per anni, di non aver mai veramente contemplato cosa fare con investimenti di quella portata.I piani, come sosteneva Jean Monnet, non si fanno perché si possono implementare nel momento in cui si concepiscono. Si fanno perché, quando ci fossero le condizioni opportune, sarebbe criminale non sapere cosa fare. Che il clima stia cambiando in Italia è evidente a tutti. Smettiamo di trastullarci con dibattiti sulla scienza che la maggior parte della cittadinanza non ha gli strumenti per capire e che, anche fossero risolti, non definirebbero cosa fare. Dibattiamo invece del futuro che vogliamo costruire e che dobbiamo difendere da un mondo che sappiamo cambierà. Dimostriamo di essere un paese che, nonostante stia inesorabilmente invecchiando e perda centinaia di migliaia di giovani verso mercati del lavoro esteri, è ancora in grado di prendersi la responsabilità di costruire una casa sicura e prospera per le prossime generazioni.Guardiamoci allo specchio: se non sapremo sviluppare un piano di interventi e politiche implementabili che possa mettere in sicurezza l’economia e la società del paese dei prossimi decenni a fronte di una sfida territoriale prevista da oltre trent’anni, la colpa sarà di chi abbiamo di fronte.