Puntuale, ad ogni ondata di calore che investe l’Italia, si torna a parlare di adattamento ai cambiamenti climatici, cioè degli interventi necessari per ridurre l’impatto che l’aumento delle temperature medie e il ricorrere di eventi estremi hanno sulla vita quotidiana di milioni di abitanti, in particolare ma non solo in ambito urbano. Se ne parla, brevemente, e poi si torna a dimenticare cose talmente evidenti che stanno dentro una Strategia approvata dall’allora ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare addirittura nel giugno del 2015.

LA STRATEGIA NAZIONALE di adattamento ai cambiamenti climatici ha portato addirittura all’approvazione, nel dicembre del 2023, di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Erano già passati, a quel punto, otto anni, che in questo momento storico e nonostante l’emergenza Covid-19 che ha reso tutto per certi versi più complicato, sono troppi. A mettere in fila il cronoprogramma, è come se l’Italia volesse manifestare pubblicamente la propria inadeguatezza, sottolineando un aspetto che è palese agli osservatori più attenti: abbiamo preso il problema sotto gamba e non solo quello della mitigazione, cioè della riduzione delle emissioni; non abbiamo capito che l’adattamento è fondamentale per garantire una vita dignitosa a chi vive nel nostro Paese, in questa nuovo mondo che inizia ad essere raccontato per quel che è anche dalla letteratura, ad esempio nei romanzi Qualcosa, là fuori e Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia, tutt’altro che distopici.