«Ci abitueremo al clima tropicale». È una frase che abbiamo sentito pronunciare in questi giorni da La Russa, presidente del Senato, e che fotografa un rischio ancora più grande dell’ondata di calore che stiamo vivendo: quello della rassegnazione. Perché adattarsi al cambiamento climatico non significa accettarne passivamente gli effetti. Significa trasformare le nostre città e le politiche pubbliche affinché siano in grado di proteggere le persone e l’ecosistema.

La crisi climatica non appartiene al futuro. È già qui. Il Mediterraneo è uno dei principali hotspot climatici del pianeta e il caldo estremo rappresenta ormai uno dei maggiori rischi sanitari in Europa.

Gli studi pubblicati su Nature Medicine confermano un aumento dei decessi legati alle alte temperature. Non siamo più di fronte a un’emergenza eccezionale, ma a una nuova normalità che impone politiche strutturali, non interventi emergenziali. Il cambiamento climatico ha anche un costo economico enorme: aumenta la spesa sanitaria, riduce la produttività, colpisce agricoltura e infrastrutture e pesa sui bilanci pubblici. Ma soprattutto è un moltiplicatore di disuguaglianze. Il caldo colpisce maggiormente anziani, bambini, persone fragili, lavoratori esposti e cittadini che vivono nelle periferie urbane, dove cemento e asfalto amplificano le isole di calore.