«Anto’ fa caldo!» Chi non ha pensato alla pubblicità di un po’ di tempo fa in questi giorni dominati da temperature eccezionali in tutta Europa? Purtroppo, c’è poco da ridere. Le notizie di morti a causa del caldo e della crisi climatica (erano state 64mila in Europa nel 2024), di ricoveri di persone fragili, di danni economici generalizzati dipingono un quadro drammatico, riportando al centro del dibattito pubblico quella crisi climatica da qualche anno messa da parte sia a causa di altre emergenze, come le guerre in Medio Oriente, sia della continua e insensata opera dei negazionisti climatici, delle lobbies fossili e di forze politiche che hanno fatto dello smantellamento delle politiche europee per la transizione ecologica il loro bersaglio preferito.Di fronte alla realtà e alle più recenti analisi degli esperti che indicano che è in corso un’ulteriore accelerazione della crisi climatica, cos’hanno da dire oggi i “pragmatici” (autodefinitisi tali a fronte dei presunti “ideologici” green), o coloro che si sono per anni scagliati contro i “gretini” che sfilavano per le strade implorando i politici di ascoltare gli scienziati, o chi, invitato nei talk show televisivi, ha usato argomenti come “aumentano i morti per il caldo, ma diminuiscono quelli per il freddo”? Dove sono quelli che la “sostenibilità è ormai passata di moda”, nonostante il fatto che tanti Stati (Cina, India, Pakistan, Bangladesh, tanto per fare alcuni nomi) abbiano deciso di accelerare l’uso delle rinnovabili perché convenienti sul piano economico, oltre che benefiche per l’ambiente, o che nel 2025 gli Stati Uniti abbiano visto il record di installazioni di impianti rinnovabili (nonostante le politiche Trumpiane), o che la finanza sostenibile continui a crescere in termini di volumi e di numero di emittenti, con una leadership indiscussa dei mercati europei, o che i dati mostrino senza ombra di dubbio che le imprese italiane che investono in sostenibilità aumentano produttività, competitività, esportazioni e occupazione rispetto a quelle che “aspettano Godot”.I dati confermano che la crisi climatica sta accelerando e che le politiche attuali non ci consentiranno di mantenere l’aumento della temperatura media globale entro 1.5° rispetto alla condizione pre-industriale. Anche l’obiettivo dei +2° è fortemente a rischio perché, ai ritmi attuali, saranno pochissimi (tra i grandi emettitori forse solo la Cina) a raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050: secondo alcune stime, l’Italia lo sarà intorno al 2070, gli Usa oltre il 2100. Eppure, lo straordinario sviluppo tecnologico in corso consentirebbe di accelerare in modo impensato fino a pochi anni fa la transizione energetica, con immediati benefici per le famiglie e le imprese. Ma servirebbero politiche decise e non contraddittorie come quelle praticate in alcuni Paesi europei, compresa l’Italia.Peraltro, tutti gli studi dimostrano che i costi della mitigazione sono nettamente inferiori a quelli dell’adattamento. Ma proprio a causa della miopia dei politici dovremo sostenere ambedue. L’adattamento delle infrastrutture (porti, aeroporti, ferrovie, impianti energetici e idrici, ecc.), dei luoghi di lavoro e delle case richiederà enormi investimenti, nonché la predisposizione di piani dettagliati. Le politiche di adattamento sono entrate tra le priorità europee, mentre l’Italia, con anni di ritardo, ha approvato alla fine del 2023 il proprio Piano, salvo poi metterci due anni per nominare il Comitato che dovrebbe aggiornarlo e coordinarne l’attuazione, per la quale non ci sono fondi specifici nel Piano Strutturale di Bilancio approvato a settembre 2024. Il che non vuol dire che non si sta facendo nulla, usando soprattutto fondi europei, ma manca una vera strategia di intervento, che dovrebbe coinvolgere anche le imprese pubbliche e private, e le famiglie.Ma la crisi ecologica non è solo climatica. Secondo gli scienziati, abbiamo già superato sette dei nove limiti planetari da cui dipende il funzionamento del “Sistema Terra” (l’ultimo concerne l’acidificazione degli oceani) e aumenta la probabilità che si possa fermare il sistema di correnti (Amoc, che comprende la corrente del Golfo), dal quale dipende il clima dell’Europa. Se questo accadesse, il nord Europa starebbe sotto la neve per metà dell’anno e l’intero sistema agricolo continentale entrerebbe in crisi. Senza dimenticare che, in Europa, abbiamo 300mila morti premature all’anno per malattie legate all’inquinamento, tutte causate da ciò che avviene sui nostri territori.Affrontare da homo sapiens sapiens (come amiamo definirci) questo quadro drammatico è ancora possibile, ma serve un vero cambio di paradigma culturale, politico ed economico. Peraltro, i costi della crisi climatica sono pagati, già adesso, dai più poveri e dai più fragili. Per questo, giustizia climatica e giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia. Continuare a ignorare ciò che accade e che accadrà è una colpa imperdonabile: chissà se le forze politiche che si presenteranno alle elezioni del 2027 affronteranno, finalmente, questa questione dicendo la verità agli elettori e alle elettrici? Ma forse è solo il caldo che mi fa vaneggiare.Direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS)
Il caldo, i morti, i ricoveri. Cos'hanno da dire i "pragmatici"?
Il caldo estremo riporta al centro una crisi climatica troppo a lungo accantonata, mentre la transizione continua a scontrarsi con ritardi e resistenze politiche












