Guardare altrove, se possibile. Non credere ai dati perché c’è sempre qualcuno che li manipola. Andare a caccia di piccole prove per convincersi che, dopotutto, è cambiato poco o nulla. Solo eventi eccezionali. In questa estate torrida e infernale («Ma anche nel 2003 fu così e allora?») con i ghiacciai che si sciolgono, i fiumi in secca, il dibattito sulla transizione energetica, sulle scelte per contrastare o almeno mitigare gli effetti del riscaldamento, è clamorosamente assente o distorto. E inquinato da troppe falsità.

Affrontiamo le conseguenze drammatiche — le morti per il caldo, le colture in sofferenza — cerchiamo di garantire assistenza e refrigerio alle persone più fragili, ma rimuoviamo costantemente la discussione sulle cause. Non siamo diventati tutti negazionisti. Basta un briciolo di saggezza popolare per essere sinceri con se stessi. Ma forse ci stiamo rassegnando. Con un supplemento imprevisto di fatalismo. Del resto ne siamo culturalmente maestri. E questo è addirittura peggio. Perché sarebbe, oltre che una catastrofe per l’ambiente, una colpevole rinuncia a una battaglia di civiltà, un tradimento dell’umanità. Certo, si dice, perché noi europei dovremmo decarbonizzare quando l’Europa è causa di meno di un decimo delle emissioni globali? Perché dovremmo essere virtuosi quando l’America di Trump — lui sì apertamente negazionista — rilancia il petrolio e il gas, le energie fossili di cui è esportatrice netta? Perché dovremmo mandare all’aria molte delle nostre filiere industriali riducendo la competitività delle aziende, costringendole a pagare se inquinano, quando i concorrenti producono ed esportano senza vincoli? Perché dobbiamo rinunciare al nostro benessere per obiettivi che appaiono ormai irraggiungibili e ininfluenti sullo stato di salute del Pianeta?