I Mondiali di calcio sono iniziati e a noi italiani, come da dodici anni a questa parte, non restano che la fantasia, le partite altrui o la consolazione della lettura. Se il calcio è la religione laica del Novecento, i suoi testi sacri non sono soltanto le cronache o le biografie dei campioni, ma i romanzi. Perché il romanzo, più di ogni altro genere, consente di fare ciò che il calcio fa da sempre: piegare il tempo. È esattamente quello che accade in due libri diversi, eppure sorprendentemente vicini: Carlos Aletto, "Undici secondi" (Minerva, 2026) e Angelo Carotenuto, "I mondiali immaginari" (Sellerio, 2026). Il primo nasce dall’azione più celebre della storia del calcio, il secondo dal dibattito più antico tra tifosi. Quanto impiegò Maradona a segnare il gol del secolo contro l’Inghilterra? Undici secondi. Chi vincerebbe tra l’Olanda del 1974 e l’Italia del 1994? Nessuno lo saprà mai. Eppure, entrambi i libri decidono di abitare proprio quel territorio dove la realtà non è più sufficiente e diventa necessario l’intervento della letteratura.Aletto prende undici secondi e li dilata fino a contenerci dentro un’intera esistenza. Maradona è il centro gravitazionale del racconto, ma non il protagonista. Il cuore del romanzo è l’amicizia tra Carlos e Daniel, due ragazzi di un quartiere povero di Mar del Plata. Uno vuole fare il calciatore, l’altro uno scrittore e si promettono che il primo che si salverà, tornerà a prendere l’altro. Crescono tra discariche trasformate in campi d’avventura, promesse di riscatto, amori e sconfitte. Diego attraversa le loro vite come una figura omerica, una presenza che illumina il cammino degli altri. Il calcio è ovunque, ma soprattutto è il linguaggio attraverso cui interpretare il mondo. Più che a un romanzo sportivo, viene da pensare a García Márquez, a Soriano, a quella tradizione latino-americana in cui memoria, realtà e immaginazione finiscono per coincidere.Carotenuto compie il movimento opposto: se Aletto allarga il tempo, lui lo abolisce. Nel suo torneo impossibile convivono senza gerarchie l’Ungheria del 1954, il Brasile di Pelé, l’Italia di Bearzot, la Spagna del tiki-taka, nazionali mitiche e altre impossibili, perfino femminili e maschili chiamate a sfidarsi nello stesso tabellone. È un gioco, naturalmente, ma un gioco serissimo che ci permette di incontrare Orazio Pánama, un radiocronista che parla tutte le lingue del mondo e racconta la meraviglia e la gioia che il calcio può regalare, ma anche un antagonista, un’Ombra che tanto ci ricorda i padroni del calcio di oggi. La domanda centrale per Aletto e Carotenuto è: a chi appartiene questo gioco?Entrambi gli autori sembrano suggerire la stessa risposta: il calcio appartiene alle storie. Non ai proprietari, non ai dirigenti, non alle piattaforme televisive. Alle storie.Per questo i due libri finiscono per dialogare. Aletto costruisce una geografia sentimentale dell’Argentina e mentre Maradona avanza, fra un inglese e l’altro, la memoria esplode e si apre un universo narrativo; Carotenuto costruisce una geografia immaginaria del calcio mondiale. Uno racconta come un gol possa contenere e scandire una vita, l’altro come una vita da tifoso possa contenere cento anni di calcio.In fondo, entrambi, si ribellano al tempo. Perché il tempo porta via gli amici, gli amori, i campioni e perfino Maradona. La letteratura, qualche volta, riesce a riportarli indietro. Anche solo per undici secondi che fanno sembrare meno lunghi dodici anni di assenze azzurre.