La prossima settimana inizierà il Mondiale di calcio e questa frase, per gran parte del Novecento, sarebbe bastata a fermare il mondo. Tuttavia (e forse non è mai accaduto prima o almeno in questa misura) il torneo più importante del pianeta arriva in un momento in cui il calcio appare clamorosamente fragile, artificiale, ipocrita, finto. L’Argentina difenderà il titolo e tre giorni dopo la partita inaugurale nel leggendario stadio Azteca di Città del Messico, saranno trascorsi trent’anni esatti dalla morte di Jorge Luis Borges. Nonostante fosse nato a Buenos Aires, il più grande e onirico romanziere argentino non è mai stato un amante del calcio. Anzi, non perse mai occasione di sottolineare come il calcio fosse, a suo giudizio, un fenomeno in grado di scatenare le peggiori passioni faziose e nazionalistiche. Borges se ne andò il 14 giugno 1986, otto giorni prima di quell’Argentina-Inghilterra, proprio a Città del Messico, dove il suo connazionale Diego Armando Maradona raggiunse nell’arco di tre minuti zenit e nadir dell’etica e dell’estetica calcistica, segnando prima con la famosa mano de Dios e poi il gol più bello del Novecento, scartando sette inglesi in una cavalcata memorabile. Borges, insieme all'amico Adolfo Bioy Casares, scrisse nel 1967 un brevissimo racconto intitolato Esse est percipi, chiaro omaggio alla massima filosofica di George Berkeley («essere significa essere percepito»). Il racconto di Borges e Bioy Casares sembra anticipare l’era dei social media e delle fake news: il protagonista, passeggiando per il quartiere Nuñez di Buenos Aires, scopre che lo stadio del River Plate, il Monumental, è scomparso, sparito, dissolto nel nulla. Un dirigente calcistico gli rivela allora una verità sconvolgente: le partite non esistono più. L'ultima sarebbe stata giocata nel 1937 e da allora il calcio sarebbe soltanto uno spettacolo radiofonico e televisivo, costruito da commentatori, attori e sceneggiatori. Gli stadi sono stati demoliti, perché non servono più, ciò che conta non è la realtà, ma la sua rappresentazione. Questa intuizione, grazie al pallone, anticipa di decenni la finzione mediatica che ben conosciamo e a leggere oggi quelle pagine viene il sospetto che Borges e Bioy Casares avessero solo sbagliato la data. Il calcio, certo, continua certamente a esistere: si gioca, si corre, si segna, si vince e si perde, ma lo sport che molti di noi hanno conosciuto da bambini dà l'impressione di essersi dissolto, come lo stadio del River nel racconto. Non in un giorno preciso, ma attraverso una lenta evaporazione della sua anima. Per chi è cresciuto negli anni Settanta e Ottanta, il calcio era prima di tutto identità, era l'illusione che i campioni appartenessero, almeno un poco, alla comunità che li aveva adottati. Certo, anche allora esistevano denaro, potere, interessi, sarebbe ingenuo negarlo, ma il centro della narrazione era ancora la passione per il gioco. Il Mondiale, manifestazione teoricamente ideale per parlare il linguaggio universale del pallone, appare oggi inserito dentro una gigantesca macchina economica e geopolitica. Le federazioni, i broadcaster, gli sponsor globali e gli interessi strategici degli Stati hanno acquisito un peso infinitamente superiore all’aspetto romantico dello sport più diffuso sul pianeta. Colpisce anche un altro fatto: a custodire il fuoco della passione calcistica restano soprattutto Europa, Sudamerica e Africa. Luoghi diversissimi tra loro, ma accomunati dal fatto di non contare quasi nulla negli scenari geopolitici moderni e da un rapporto con il calcio che continua a essere prima di tutto sentimentale. Altrove, dove si stanno spostando ricchezza e influenza, il calcio è sempre più spesso un investimento, uno strumento di soft power, una leva economica.Il sudamericano Borges, insomma, aveva visto lontano. Il calcio contemporaneo è diventato autoreferenziale, produce racconti che servono soprattutto a sostenere altri racconti, lo spettacolo non deve necessariamente essere bello: deve soprattutto generare nuove occasioni di consumo. Persino il rapporto tra i campioni e i tifosi si è trasformato. Ha fatto discutere la notizia che l'autografo di Lamine Yamal sarebbe stato affidato alla gestione commerciale di un'agenzia specializzata. È il segno dei tempi: perfino un autografo, quel gesto minimo e gratuito che trasformava per sempre un pomeriggio di un bambino, diventa un prodotto. Se vuoi un ricordo, lo acquisti. Se vuoi un'emozione, passi dalla cassa. Forse è proprio questa la condanna a morte del vecchio calcio: il processo di trasformazione da «tifosi» a «clienti». Le parole d’altronde raccontano sempre la realtà, anzi la strutturano. Il «tifoso» partecipa, soffre, spera, tramanda, mentre il «cliente» deve consumare. La passione accetta l'irrazionalità, il consumo dipende dall’efficienza di un prodotto. E così il calcio, da racconto collettivo, rischia di ridursi a merce globale, come certi souvenir acquistati negli aeroporti. Li compri quasi per dovere, ma una volta tornati a casa scopri che non custodiscono alcuna emozione. Sono oggetti privi di memoria, simulacri. Narrazioni false, come dicevano Borges e Bioy Casares.Eppure, esiste anche un altro sguardo argentino fra calcio e letteratura, quello di Osvaldo Soriano, che il calcio non lo osservava dall'esterno come Borges, ma lo giocava, lo amava alla follia, lo inseguiva come si inseguono le cose che ci rendono felici anche quando sappiamo che ci faranno soffrire. In una celebre lettera indirizzata all'amico Eduardo Galeano, altro letterato innamorato del pallone, Soriano racconta il ritorno nel luogo dove sorgeva il vecchio Gasómetro, lo stadio del San Lorenzo. Lo stadio, però, non c’è più: al suo posto c'è un supermercato. Dove c'era il portiere, ora ci sono le cassiere, al posto della bandierina del calcio d’angolo, una pila di scatolette di tonno. Soriano è con José Sanfilippo, ex cannoniere del San Lorenzo, che decide di ripetere proprio lì, in mezzo alle signore che spingono i carrelli e le corsie con le merci esposte, un bellissimo gol segnato tanti anni prima al Boca Junior. «A momenti mi metto a piangere - scrive Soriano - El Nene Sanfilippo aveva segnato di nuovo quel gol del 1962. L’aveva rifatto solo perché io potessi vederlo». È difficile immaginare una metafora più potente. Da una parte Borges e Bioy Casares, che diffidano del calcio fino a immaginarne la completa scomparsa. Dall'altra Soriano e Galeano, che lo amano così profondamente da soffrire per la perdita di uno stadio come si soffre per la perdita di una persona cara. Forse hanno ragione tutti. Avevano ragione Borges e Bioy Casares nel denunciare il rischio che la rappresentazione divorasse la realtà e avevano ragione Soriano e Galeano nel ricordarci che il calcio, quando è autentico, non è soltanto un'industria dell'intrattenimento, ma educazione sentimentale, archivio di emozioni condivise, segnalibro delle nostre biografie. Per questo la nostalgia non è sempre una malattia dell'anima. Talvolta è una forma di gratitudine che non consiste nel desiderare di tornare indietro, ma nel ringraziare per essere stati lì quando certe cose esistevano davvero.