Ragazzi giocano a calcio in una strada del Cairo, nei pressi della moschea di Al-Hakim (2017). Foto: Mohamed Hozyen Ahmed (CC BY-SA 4.0)
Mentre il Mondiale entra nelle sue giornate decisive e l'attesa per la finale tra Spagna e Argentina cresce in ogni angolo del pianeta, miliardi di persone si preparano ancora una volta a condividere lo stesso rito collettivo. Per novanta minuti – o forse più – guerre, crisi economiche, tensioni internazionali e campagne elettorali sembrano passare sullo sfondo. Davanti a uno schermo, in uno stadio o in una piazza, non ci sono soltanto i tifosi delle nazionali in campo: anche chi non ha alcun interesse diretto per il risultato finisce spesso per lasciarsi coinvolgere da un evento che attraversa confini geografici, linguistici e religiosi.
Se il calcio fosse soltanto uno sport, fatto di muscoli, schemi tattici e classifiche, sarebbe difficile spiegare una simile forza di attrazione. Il pallone è piuttosto uno dei linguaggi universali della contemporaneità, un fenomeno sociale che racconta identità, conflitti, appartenenze, trasformazioni economiche e culturali. Guardare una partita significa spesso osservare, in forma concentrata, i meccanismi di una società; eppure, soprattutto nel dibattito pubblico e accademico italiano, sul calcio continua a gravare una certa sufficienza intellettuale, come se occuparsene fosse un esercizio minore rispetto ad altri temi ritenuti più "seri". Un pregiudizio che la letteratura – da Pasolini a Galeano – ha iniziato da tempo a smontare, e che oggi viene superato anche dalle scienze sociali.








