Mentre ci avviciniamo all’apoteosi della baracconata calcistica di domenica prossima, siamo ormai in grado di poter esprimere tutto lo sdegno per l’indecente svendita di uno spettacolo che in passato aveva significato emozione e passione per sempre più vaste platee mondiali; e ora è soltanto una stanca messa in scena di mestieranti che non riesce a nascondere i segni della propria senescenza sotto spessi strati cosmetici e trucchi tecnologici applicati a riprese televisive di eventi simulati. Spettacolo indegno per chi ricorda la finale della Coppa Rimet 1958 in Svezia, con l’entrata in campo di una giovinezza trionfante che avviò la consacrazione mondiale del pallone come grande festa mondiale. Le invenzioni del genio cinestetico dei Garrincha e Pelé ormai soppiantate dalla speculazione noia e calcolo del passaggio al portiere come non-gioco.

Ma quanto sta avvenendo sotto gli occhi di noi spettatori del pachidermico mondiale Fifa 2026 a 48 squadre, sparpagliate su tre nazioni ospitanti e un calendario di appuntamenti insignificanti, è ben peggio di un’involuzione sportiva. Il termine che smaschera il retro-pensiero di questa vendita miliardaria, sotto la coltre di un’over-dose di tifoseria drogata da un nazionalismo plagiatore di menti elementari, è ben altro: football-washing. Ossia il sedicente spettacolo calcistico come lavanderia di immagini sporche e cattive coscienze, combinata con la spremitura finanziaria di tutte le risorse pubblicitarie estraibili dalla più vasta platea da stadio e schermo televisivo richiamata dall’evento con annessi riflessi condizionati.