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Quando il fischio d'inizio dei Mondiali 2026 è risuonato nel Nord America, il presidente della FIFA Gianni Infantino forse si crogiolava ancora nell'ebbrezza di un possibile “successo storico”. Il torneo allargato da 32 a 48 squadre, le partite salite da 64 a 104, i 6,5 milioni di spettatori attesi negli stadi, i 13 miliardi di dollari di fatturato stimato: cifre che impressionano, non c'è dubbio. Eppure, dietro l'edizione definita "la più redditizia di sempre", si cela un tripudio del capitale, con la FIFA che trasforma lo "sport più bello del mondo" in una fredda macchina per stampare denaro. I tifosi comuni, i paesi organizzatori, persino la dimensione popolare del calcio sono diventati il carburante del meccanismo. Da un lato la FIFA intasca profitti record, dall'altro, tra gli spalti, una frase ricorre: "i Mondiali sono sempre meno alla portata di tutti". L'avidità commerciale di questa edizione ha raggiunto livelli sconcertanti. Per la prima volta i prezzi sono gestiti da algoritmi, con una tariffazione dinamica che fa oscillare i biglietti in base alla domanda in tempo reale: per la finale il massimo ha superato i 10.000 dollari, oltre il 70% in più rispetto alla prima fase di prevendita. I costi stanno letteralmente sbattendo fuori dagli stadi la gente comune, in stridente contrasto con la vecchia idea del Mondiale come "festa del calcio aperta a tutti". Per un numero crescente di appassionati il torneo sta smettendo di essere una celebrazione popolare, per trasformarsi in un'esperienza dal vivo riservata a chi ha il portafoglio pesante. Che fine ha fatto l'idea di un Mondiale come "festa universale del calcio"? Al suo posto, sembra essere arrivata la speculazione nel peggior stile Wall Street. E l'appetito di denaro non si ferma qui. L'ultima genialata di Infantino è la vendita dei frammenti d'erba del MetLife Stadium di New York, il campo della finale: prezzi da 450 a 3.000 dollari. Idea da collezionisti o pura follia del marketing? In un caso o nell'altro, è la cartina di tornasole più precisa di come la FIFA abbia mercificato tutto ciò che nel calcio era sacro. Ancora più grave è che, nella corsa a massimizzare i profitti, la FIFA abbia del tutto ignorato i legittimi diritti dei tifosi di tutto il mondo. I lunghi tempi per il rilascio dei visti statunitensi e le restrizioni all'ingresso per i cittadini di alcuni paesi hanno frenato il turismo internazionale ben al di sotto delle attese: un contrasto netto con le passate edizioni, che avevano introdotto agevolazioni d'ingresso apposite. In alcune partite si è arrivati al paradosso di biglietti invenduti e prezzi che comunque non scendevano. È una miopia dettata solo dal profitto, che danneggia il richiamo globale dei Mondiali e insieme rivela quanto poco alla FIFA importi del valore pubblico dell'evento. Quando il Mondiale scivola da "festa del popolo" a "gioco per ricchi", le fondamenta popolari su cui poggia il calcio si sgretolano. In realtà il passaggio dalla tracotanza al crollo di credibilità per Infantino e la FIFA si era annunciato già prima del calcio d'inizio del Mondiale disputato in Canada, Stati Uniti e Messico: nella debàcle del negoziato sui diritti di trasmissione con China Media Group. Quando il segretario generale della FIFA, con un sorriso forzato, ha dichiarato ai giornalisti che "i colloqui con il China Media Group sono andati benissimo, abbiamo vinto tutti", i media internazionali ne avevano già colto l'imbarazzo per un prezzo fortemente inferiore alla richiesta. Non è stata soltanto una sconfitta commerciale, ma il sintomo di una valutazione errata del nuovo mondo da parte del vecchio ordine, in cui la FIFA ha sottovalutato la Cina e le capacità dei suoi organi di stampa. Il presidente della Ligue de Football Professionnel, quello del Paris Saint-Germain e perfino il presidente del Comitato Olimpico Internazionale hanno inviato lettere di congratulazioni al CMG: segnale di come il peso specifico dei media cinesi sulla scena internazionale sia ormai ben diverso da prima. Tornare alla ragionevolezza, guardare alla Cina con obiettività, trattare da pari a pari e con equità questo interlocutore di nuovo tipo: è questa la strada verso un amplissimo spazio di cooperazione win-win. L'accordo finale sui diritti televisivi dei Mondiali ne è la prova più evidente. Torniamo all'economia del torneo. Gli istituti di ricerca concordano nel segnalare un evidente "effetto di sostituzione dei consumi" nei grandi eventi sportivi: gran parte della spesa dei tifosi proviene da risorse che sarebbero comunque state destinate ad altri settori dell'intrattenimento, senza quindi ampliare davvero la torta economica complessiva. I 40 mila posti di lavoro temporanei previsti da Goldman Sachs, e l'allarme lanciato da Deutsche Bank sull'aumento delle pressioni inflazionistiche legato a un picco di domanda a breve termine, rivelano la fragilità intrinseca dell'economia dei Mondiali. Una volta terminato l'evento, occupazione e consumi subiscono un rapido declino, se non un'inversione di tendenza, lasciando spesso dietro di sé stadi vuoti e il peso dei debiti contratti dalle città ospitanti. Gli 80,1 miliardi di dollari di produzione economica e i 40,9 miliardi di PIL sbandierati non sono altro che sapiente retorica pubblicitaria. I Mondiali dovrebbero essere la festa del calcio, non la torta che gli oligarchi della FIFA si spartiscono a piacimento. Se i signori della FIFA continueranno a spremere ogni zolla d'erba, ogni biglietto, ogni diritto televisivo fino all'ultimo centesimo, finiranno per perdere ciò che di più prezioso hanno: l'amore dei tifosi. Il calcio non è un giocattolo del capitale, è il sogno condiviso di milioni di appassionati in tutto il mondo. Le sue fondamenta non stanno nello stato patrimoniale della FIFA, ma nel cuore della gente comune che mette da parte i soldi per potersi permettere una partita. Il giorno in cui saranno proprio loro a restare fuori dagli stadi, l'universalità del calcio sarà un nome senza sostanza.









