Il 16 luglio del 1950, al Maracanã di Rio de Janeiro c’è un clima fantastico. Il Brasile sta per diventare campione del mondo in casa. Basta un pareggio contro l’Uruguay. In campo è Davide contro Golia, ma tutti tifano per il gigante. Sugli spalti ci sono circa duecentodiecimila persone, il sindaco Ângelo Mendes de Moraes parla ai giocatori come se la vittoria fosse una formalità: «Ho mantenuto la mia promessa costruendo questo stadio. Ora fate il vostro dovere, vincendo la Coppa del Mondo». Il Brasile passa in vantaggio e il nervosismo si permette di diventare entusiasmo. Poi l’Uruguay pareggia con Schiaffino e al settantanovesimo Alcides Ghiggia sorprende il portiere brasiliano Barbosa sul primo palo. Il Maracanã si spegne e si passa dalla samba al requiem. Anni dopo, Ghiggia dirà che solo tre persone sono riuscite a zittire quello stadio: Frank Sinatra, il Papa e lui.
Quella sconfitta passerà alla storia come il Maracanaço. Per Barbosa, il destino è segnato. Sarà per sempre l’unico volto di quella sconfitta. Molti anni dopo confesserà: «In Brasile la pena massima è di trent’anni, ma io sto pagando da molto più tempo per un crimine che non ho commesso». Com’è possibile che il sentimento di un popolo, il modo in cui si percepisce e fa percepire dagli altri, sia influenzato da una partita di calcio di novanta minuti, giocata ogni quattro anni? Perché il calcio non è solo calcio. E i Mondiali non sono solo un torneo. Non esiste un evento sportivo capace di produrre da solo così tanta memoria, politica, epica, dolore e identità.












