Non potendo noi italiani sognare da vent'anni con i Mondiali veri, tra mancate partecipazioni e precoci eliminazioni, ecco che in soccorso arriva un fantastico surrogato, frutto estremo della passione di Angelo Carotenuto per la penna e per il pallone.

Dal felice combinato disposto sono usciti I Mondiali immaginari (Sellerio) in cui un onirismo fervido ha potuto realizzare i desideri più sfrenati dei tifosi o dei semplici appassionati, disposti a ogni giro di bar a discutere su chi sia stato il più grande, quale la squadra migliore per estetica o per pragmatica.

Ma il tutto avviene in un contesto così sfuggente e rarefatto che alfine ciò che conta non è il risultato ma il percorso, il viaggio attraverso il tempo e lo spazio che incrocia, certo, i destini degli dei degli stadi, ma li immerge in un ambito così profondamente letterario da trascenderli ed eccederli, tanto da catturare l'attenzione anche di chi del calcio in senso stretto non sa che farsene (ma esistono?).

Gli eroi perduti e la fede che sbiadisce: il calcio come educazione sentimentale Innocente felicità bambina Lo sport in questione lo avranno pure inventato gli inglesi, sarà pure diventato un business per l'Europa tutta, ma se dovessimo scegliere l'idioma che lo rappresenta si deve cercare in Sudamerica, tra il portoghese e lo spagnolo, laddove il calcio non ha ancora raggiunto i limiti parossistici dell'invasione di campo della finanza, e richiama piuttosto l'innocente felicità bambina delle braccia al cielo per un gol qualunque.