Giuseppe Pastore, già firma del Foglio sportivo, ha scritto per Mondadori “Capolavori. I gol più geniali e pittoreschi nella storia dei Mondiali”, libro in cui ogni gol viene descritto come opera d’arte. Ecco un estratto del capitolo sul gol di Rivera alla Germania Ovest nel 1970 all’Atzeca.Sono le due di notte e in Italia non dorme nessuno. È una specie di infinita sera dei miracoli, nell’accezione del termine messa in versi da Lucio Dalla: “una sera così strana e profonda, che lo dice anche la radio/anzi, la manda in onda”. La notte in cui l’Italia trova un motivo gioioso per scendere in piazza, non più per manifestare o peggio scappare o rifugiarsi in un bunker, ma per festeggiare: festeggiare una finale mondiale, i nonni che prendono per mano i nipoti, i nipoti che cinquant’anni dopo ancora si ricorderanno di essere stati buttati giù dal letto.Il momento più emozionante arriva più o meno intorno alle due e venti, quando in collegamento via satellite Nando Martellini annuncia “Quattroatre!” e dietro di lui un signore urla commosso per sette volte: “Vinciamo! Vinciamo!”. È il tecnico RAI Mario Conti, che l’estate prima aveva diretto le operazioni della tele-maratona dello sbarco sulla Luna, ma che davanti alle infinite conseguenze di un pallone che rotola in rete ha perso tutto il contegno da luminare della regia televisiva ed è stato avvistato singhiozzando come anche Nando Martellini, riverso in lacrime sul banchetto da telecronista nella tribuna stampa dell’Azteca.Un momento che definisce l’italianità ha bisogno di un artista altrettanto rappresentativo della nostra bellezza. Un rinascimentale come il veneto Tiziano Vecellio, nato a Pieve di Cadore alla fine del XV secolo, che muovendosi nell’alveo dell’arte classica figurativa rivoluzionò silenziosamente la tecnica e perfezionò la pittura tonale, in cui le forme e i volumi erano costruiti non più dal disegno ma dal colore. Eliminò i contorni netti e privilegiò invece le sfumature (grande metafora, se vogliamo, delle infinite scale di grigio di cui sono colorate le discussioni degli italiani).Con il tempo le sue pennellate diventarono più corpose e anche nervose, arrivando anche a stendere il colore direttamente con le dita. Un grande italiano parecchi secoli prima che esistesse l’Italia, nel bene e nel male: la sua data di nascita è tuttora avvolta nel mistero, perché secondo alcune fonti era arrivato anche a mentire sulla propria età, aumentandosi gli anni per impietosire un ricco committente – magari proprio un re – un po’ restio a pagarlo. I due minuti che stanno intorno al gol di Gianni Rivera che fissa per sempre sul quattroatré il risultato di Italia-Germania Ovest, semifinale Mondiale disputata all’Estadio Azteca di Città del Messico il 17 giugno 1970, sono un affresco di Tiziano in movimento, di quelli che fondono il sacro e il profano – per esempio il Miracolo del Neonato, custodito nella Scuola del Santo a Padova, che raffigura una creatura di pochi mesi, tenuta in braccio da Sant’Antonio, che miracolosamente parla per scagionare la madre da accuse di infedeltà. Una composizione corale sviluppata in orizzontale, popolata da quindici personaggi diversi, più o meno gli stessi che occupano l’area italiana nel momento fatale del 3-3 di Gerd Muller, con il pallone sfuggito al controllo di Rivera che, resosi conto dell’errore, si aggrappa disperato al palo come un naufrago all’albero maestro della nave che sta affondando, mentre il portiere Albertosi vorrebbe tanto martirizzarlo. Capitan Facchetti osserva con le mani sui fianchi, Pierluigi Cera si porta le mani sul volto.Beckenbauer è talmente dolorante alla spalla che rinuncia ad abbracciare i compagni, filando via verso il centrocampo con una smorfia di dolore.Rivera ritocca il pallone a centrocampo, servito da De Sisti. Finta di aprire a destra e poi va a sinistra, appoggiando a De Sisti e sparendo dall’inquadratura per corricchiare in avanti. Facchetti ha l’idea felice di premiare il movimento a uscire di Boninsegna, che sgattaiola via a Schulz per guadagnare il fondo. Il tono lamentoso di Martellini è proprio spezzato da questa iniziativa promettente: “Boninsegna!”, esclama, come un improvviso squarcio di luce in un cielo plumbeo. E intanto Bonimba è già entrato in area, arriva sul fondo e sa benissimo cosa fare: calciarla forte in mezzo, e sperare che la stanchezza intorbidi le acque della difesa tedesca com’è capitato un minuto prima alla difesa italiana. In questi trenta secondi ci sono tanti valori cristiani, ritratti in innumerevoli opere rinascimentali: la fede, la speranza, la disponibilità al sacrificio, la fiducia che il sacrificio non sia vano.Il tracciante rasoterra di Boninsegna sfila accanto alla coppia formata da Riva e Vogts, avvinghiati come amanti in una balera di notte, e coglie la splendida solitudine di Gianni Rivera, trafitto da un raggio di sole come la poesia di Salvatore Quasimodo.C’è grazia, dinamismo e pathos, come in “Bacco e Arianna” di Tiziano, esposto alla National Gallery di Londra: una processione variopinta di baccanti, satiri, fauni e qualunque altra creatura in cui puoi trasformarti per colpa dello sforzo bestiale di centoventi minuti giocati a duemila metri d’altitudine. È il più classico dei rigori in movimento: Rivera mantiene un contegno tizianesco e ci va di piatto destro, con un’impercettibile finta di corpo, un movimento d’anca in cui lascia intendere a Maier di voler calciare a destra per poi andare a sinistra. “Rete! Rivera, ancora quattro a tre!”. Il primo ad abbracciare Gianni, piantato per terra con le braccia in alto senza saper bene che fare, è Gigi Riva. L’unico replay che ci viene mostrato, da dietro la porta, ci permette di cogliere altri due particolari da lente d’ingrandimento, come farebbero i critici d’arte più esperti: Sepp Maier che si accorge subito di essere stato gabbato e tenta invano di protendere la gambona destra, mentre il pallone scivola beffardo verso il sacco. E la grande compostezza con cui ancora Kaiser Franz Beckenbauer assiste al 4-3, col suo braccio destro appeso alla spalla, rassegnato all’inevitabile, come un condottiero sconfitto (...).