Vicini lo aveva portato per completare il gruppo. Per fare il turista, disse Schillaci stesso, anni dopo. Era una riserva, un nome in fondo alla lista, uno di quelli che nella logica del torneo servono a riempire gli allenamenti e a stare in panchina con compostezza. La storia ufficiale dell'Italia al Mondiale del 1990 era già scritta prima che la competizione cominciasse: Baggio, Vialli, Baresi. Notti magiche, inseguendo un gol, sotto il cielo do un’estate italiana.

Poi successe quello che sappiamo. Capocannoniere, miglior giocatore del torneo. Gli occhi spalancati dopo ogni rete, le braccia alzate, la faccia di uno che non riesce a credere a quello che sta accadendo. Quella meraviglia era autentica: Schillaci era davvero stupito. Non aveva studiato l'esultanza, non aveva preparato il personaggio. Correva e alzava i pugni perché non sapeva fare altro, perché veniva dal quartiere CEP di Palermo, da una casa popolare. La sua gioia aveva la stessa origine della sua fame: non era mai stata elaborata, era rimasta grezza, immediata, vera. Era come la nostra.

Corrado De Rosa, nel suo “Totò Schillaci. Non ero previsto” (66thand2nd), parte da qui. Non per scrivere una biografia del calciatore, ma per usare quella storia come strumento diagnostico di un paese intero. De Rosa è psichiatra, e porta nel libro quella formazione come metodo: l'abitudine a leggere il sintomo come testo, a cercare nel comportamento manifesto la struttura latente che lo produce. Da anni usa il calcio come materiale narrativo per leggere l'Italia in modo obliquo, più preciso di quanto permettano i saggi diretti. La tesi del libro è una sola, e vale la pena enunciarla con chiarezza. La parabola di Schillaci, il suo salire fulmineo e il suo cadere altrettanto rapido nell'oblio, poi nel circo televisivo più basso, assomiglia alla parabola dell'Italia. Quella nazione che nel giugno del 1990 era al massimo del suo splendore economico, politico, calcistico, e che da lì ha cominciato a spegnersi, nemmeno tanto lentamente. I gol di Totò non erano gesti sportivi isolati: erano fiamme. Segnalavano qualcosa che stava per finire proprio mentre accadeva.