«Fa paura la fame, non la galera». Un repost che non lascia spazio ad interpretazioni, una delle tante frasi rilanciate su TikTok da Rosario Piazza, uno dei giovani dello Zen 2 arrestati con l’accusa di aver fatto parte della banda che negli ultimi mesi ha seminato il terrore nel capoluogo utilizzando bottiglie incendiarie e kalashnikov contro le vetrate di diversi esercizi commerciali. Per chi cresce nelle periferie più fragili della città, l’appartenenza a Cosa Nostra continua a essere percepita come una delle uniche possibilità di sostentamento e di riconoscimento.

In questo contesto il carcere smette di essere un deterrente e diventa quasi un passaggio inevitabile di un percorso di affermazione e di acquisizione di prestigio. A testimoniarlo è un altro video pubblicato sul profilo del giovane. «Allora lo facciamo sto brindisi? Un brindisi all’ergastolo: quattro secoli di carcere, 132 condanne e a me il carcere a vita mi hanno dato». È una battuta tratta dalla serie televisiva “Il Capo dei Capi”, che Piazza ripubblica in sottofondo all’immagine del proprio volto, ribaltando il significato stesso della pena: non più la conseguenza delle proprie azioni, ma un elemento identitario da esibire, oggi, attraverso i social. È il riflesso di una città che sembra viaggiare a due velocità.