Sono decine e già pronti a prendere il posto dei picciutteddi arrestati lunedì notte. Girano con più cautela ma si sarebbero fatti già vedere in strada da alcuni commercianti. Il piccolo esercito di estortori alle dipendenze di Salvatore Verga si starebbe riformando. La rete che il giovane boss ha coltivato dal carcere di Trani attraverso due smartphone, mescola pusher e giovanissimi pronti a dare fuoco e piazzare bottigliette per intimidire i commercianti per poche centinaia di euro. Fino all’operazione all’alba di lunedì, che ha assestato un primo duro colpo alla banda, i due business erano ben separati.C’era chi si occupava di gestire il traffico di stupefacenti sul territorio e chi, invece, recuperava bombole a gas, rubava auto, sparava e avvicinava i commercianti. Due squadre distinte, che pendevano dai messaggi che Verga inviava su Whatsapp ai referenti: Giuseppe Faija e Francesco Albamonte per la droga (cui si aggiugno anche i genitori di Verga, il papà Gaetano e la mamma Maria Claudino); Matteo Salamone e Rosario Piazza per pizzo e attentati.

Adesso, però, qualcuno potrebbe avere assunto una doppia funzione. Chi da sempre si è occupato di spaccio, sarebbe stato incaricato anche di occuparsi dell’altro affare, quello delle estorsioni. Alcuni sono nomi e volti che graviterebbero attorno a Gaetano Maranzano, anche lui, fino all’arresto per l’omicidio di Paolo Taormina il 14 ottobre dell’anno scorso, tra gli spacciatori che si appoggiavano a Verga.La lente di ingrandimento degli investigatori continua a puntare nomi, cognomi e volti: molti di loro sarebbero la nuova manovalanza alla Marinella. Ma le indagini proseguono anche sugli attentati subiti da Tommaso Dragotto, patron di Sicily by car. Se per le intimidazioni incendiarie, di maggio e giugno allo show room di Villagrazia di Carini e via San Lorenzo, sono stati inchiodati i colpevoli, manca una parte del movente. Dietro, infatti, potrebbe non esserci solo un affare di pizzo.L'articolo completo sull'edizione cartacea e in quella digitale