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Il ritorno del pizzo, per la Direzione distrettuale antimafia, non è una fiammata improvvisa. Le bottiglie di benzina, i pizzini, gli incendi e le raffiche di kalashnikov sarebbero i segnali del tentativo di Cosa nostra di riorganizzarsi dopo l’operazione «Grande Inverno» che ha decimato le famiglie mafiose di San Lorenzo-Tommaso Natale, letteralmente svuotate dopo gli arresti di molti «soldati» e dei vertici del clan.A finire in carcere anche i reggenti del mandamento Domenico e Nunzio Serio: erano loro, assieme a Francesco Stagno e a Paolo Lo Iacono, a muoversi nel cuore degli affari tra lo spaccio di droga e le estorsioni, con il controllo delle attività da «mettere a posto». Usciti di scena dopo il blitz dell’11 febbraio dell’anno scorso che ha portato in carcere 181 persone, si sarebbe aperto un «temporaneo vuoto di potere» che - come scrivono i carabinieri del nucleo investigativo - sarebbe stato subito colmato da un «riassetto a opera di soggetti emergenti».
Un nuovo assetto che, sempre nelle parole degli investigatori, avrebbe portato a «molteplici atti criminosi, connotati da estrema violenza e da gravissimo allarme sociale». La conclusione è netta: l'improvviso ritorno del racket e il modus operandi adottato dai criminali lasciano «inequivocabilmente desumere l’esistenza di una regia di stampo mafioso». La domanda è dunque chi abbia avuto interesse a rimettere il sigillo del racket in modo così visibile e prepotente. I boss, perfino da dietro le sbarre, proverebbero a rimettere il proprio marchio sul territorio affidandosi a nuove leve, più giovani e spregiudicate come Rosario Piazza e Davide Carcione, arrestati perché ritenuti gli autori materiali del raid contro i lidi di Isola delle Femmine.L'articolo completo sul Giornale di Sicilia in edicola e nell'edizione digitale.















