Oggi, tra canzoni trap che celebrano il crimine, dinamiche social che trasformano i comportamenti dei boss in modelli da imitare e narrazioni nostalgiche della mafia “d’un tempo”, l’apologia ha cambiato forma. Non si limita più alla dimensione della realtà: si radica anche nella virtualità quotidiana dei nostri smartphone.

Nel nostro ordinamento, l’apologia di reato consiste nel lodare, difendere o esaltare pubblicamente un delitto o chi lo ha commesso, così da incoraggiare altri a compiere analoghe condotte. Quando il tema è la mafia, tuttavia, la questione diventa ancora più articolata. Fare apologia della mafia significa, di fatto, giustificare la violenza e i suoi strumenti in nome di una pretesa “giustizia” più efficace. Significa rappresentare i capi come figure moderne, in stile Robin Hood, che aiuterebbero i poveri laddove lo Stato si dimostrasse incapace. Significa, inoltre, normalizzare l’omertà e la violenza trasformandole in codici di comportamento rispettabili. In tal modo, l’esaltazione della mafia non si limita a produrre consenso: legittima un sistema che compromette la dignità umana e nega i diritti fondamentali della persona umana.

Il nucleo dell’apologia mafiosa risiede essenzialmente nella manipolazione del linguaggio: parole svuotate del loro significato originario, capaci di attenuare la percezione della gravità dei fatti. I clan, del resto, hanno sempre avuto bisogno di una “copertura culturale” per rendere plausibile la propria presenza e la propria autorità. L’onore mafioso è presentato come segno di rispetto e integrità morale, mentre nella realtà si configura come prevaricazione e vendetta. Analogamente, la famiglia è rievocata come legame di sangue, ma nella pratica si traduce in ricatto, obbligo e imposizione alla partecipazione dei delitti.