“Bisogna andare oltre il terzo livello e colpire le menti raffinatissime”. “È arrivato il momento di individuare il vero baricentro del potere mafioso: non più (e non solo) la manovalanza militare, ma i colletti bianchi e i salotti dove si decidono le sorti economiche e politiche del Paese”.

C’è un vulnus che l’Italia si trascina dietro da decenni, un’illusione ottica rassicurante e al tempo stesso tossica: pensare alla mafia come a un fenomeno di pastori, latitanti nascosti nei bunker sotterranei e killer spietati dall’accento marcato. Questa è la mafia militare. La vera mafia, quella che sopravvive ai cambi di regime, alle crisi economiche e alle retate storiche, è un’altra. È la mafia che non spara, ma opera in silenzio. È la mafia dei burattinai.

Indagare su chi manovra le organizzazioni criminali significa smettere di guardare il dito e iniziare a guardare la luna. Significa accettare una verità scomoda: Cosa Nostra, la ’ndrangheta e la camorra non sono corpi estranei alla nostra società, ma stanze comunicanti con il potere legale. Oggi i grandi boss non hanno più bisogno di intimidire con la lupara ma si presentano con una laurea in economia e finanza, un master all'estero e un portafoglio di investimenti diversificato. Il vero potere mafioso risiede in quella che noi esperti chiamiamo "area grigia": una fitta rete di professionisti, banchieri, faccendieri, funzionari pubblici e politici compiacenti. Senza questa rete, la mafia sarebbe solo una banda di criminali comuni, destinata a estinguersi sotto i colpi dello Stato. Con questa rete, la mafia diventa un sistema endemico. Diventa capace di riciclare miliardi di euro di provenienza illecita nei mercati finanziari legali; di intercettare i fondi pubblici e i grandi appalti prima ancora che siano banditi; di condizionare il voto in interi territori, trasformando i cittadini in sudditi e i candidati in debitori.