C'è un filo nero che attraversa la storia della Repubblica Italiana, un collegamento organico fra la violenza dei gruppi neofascisti e i summit segreti delle organizzazioni mafiose. Per decenni si è considerato il terrorismo nero e la criminalità organizzata come due mondi separati: il primo mosso da un'ideologia eversiva, il secondo guidato dal mero profitto. L'insieme delle indagini giudiziarie, le sentenze definitive e le desecretazioni di atti storici, tuttavia, mostrano una realtà profondamente diversa: non si è trattato di sporadici contatti, bensì di una convergenza strategica strutturata e duratura.

Quest’alleanza operava su più livelli. Da un lato l'eversione di destra forniva manovalanza armata, capacità di esecuzione sul territorio, coperture politiche e progetti di destabilizzazione istituzionale; dall'altro le organizzazioni mafiose garantivano armi, esplosivi, rifugi sicuri, reti logistiche e il controllo di ambiti territoriali indispensabili per operazioni clandestine. Il rapporto non era una semplice commistione occasionale, ma un patto utilitaristico: l'una serviva all'altra per conseguire obiettivi che da soli non avrebbero mai potuto realizzare.

Le radici di questo legame risalgono all'inizio degli anni Settanta, in una fase di acuta conflittualità politica. Settori della destra radicale coltivavano l'idea di una svolta autoritaria. Le mafie, parallelamente, cercavano interlocuzioni con poteri che potessero garantire impunità e vantaggi strategici.