Da oltre trent’anni sono in prima linea nello studio delle organizzazioni criminali, per cui mi sento legittimato a lanciare un monito chiaro e privo di retorica: il mondo dello spettacolo deve fare di più. Non basta più il ricordo istituzionale, non bastano le passerelle della memoria una volta all’anno. La cultura e l'intrattenimento sono le armi più potenti per scardinare il consenso sociale di cui la criminalità organizzata si nutre continuamente. Ciononostante, troppo spesso, assistiamo a un silenzio tiepido o, peggio, a una narrazione che rischia di subire il fascino del male.
La lotta alla mafia non si fa solo nelle aule di giustizia o con le operazioni di polizia. La mafia si sconfigge togliendole l’ossigeno del consenso culturale.
"Le mafie oggi non sparano quasi più, ma corrompono, si infiltrano nell'economia legale e creano modelli di successo distorti". "Chi ha il privilegio di parlare a milioni di persone attraverso uno schermo, un microfono o un palcoscenico ha la responsabilità etica di decostruire questi falsi miti". Il mondo dello spettacolo – attori, registi, cantanti, influencer – possiede una risorsa che lo Stato spesso fatica a mobilitare con la stessa rapidità: l'empatia emotiva del pubblico. Quando un idolo generazionale prende posizione, il suo messaggio arriva dritto al cuore e alla testa dei giovani, superando i filtri della diffidenza.









