“Oggi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non potrebbero parlare in pubblico, rilasciare interviste, scrivere libri: la cultura dell’antimafia nata dalle loro parole non esisterebbe”: è dura la critica lanciata dal procuratore di Bari, Roberto Rossi, contro le norme attuali che limitano le possibilità di comunicazione dei magistrati.

“Bisogna stare attenti a quelle narrazioni che usano le figure di Falcone e Borsellino per fare cose contrarie a quelle che loro hanno sempre fatto”, ha detto nel corso del dibattito al cinema Galleria di Bari, nell’ambito del “Maggio della memoria” organizzato il 15 maggio dalla sezione locale dell’Anm insieme all’associazione Libera e all’Università di Bari.

La giornata si è aperta con la proiezione del documentario “Falcone e Borsellino. Il fuoco della memoria” di Ambrogio Crespi che ha ripercorso la storia delle stragi di mafia del 1992, poi è seguito un confronto a cui hanno partecipato la presidente Anm Antonella Cafagna, il professore di Diritto penale di UniBa Vincenzo Muscatiello, il presidente di sezione della Cassazione Giuseppe Santalucia (già presidente Anm), Giannicola Sinisi sostituto procuratore generale di Bari.

E’ stato quest’ultimo a ricordare che “Falcone era contrario alla separazione delle carriere ma favorevole alla differenziazione delle funzioni: la specializzazione, dei magistrati e degli investigatori, era la sua ossessione”. Rossi ha insistito sull’importanza del dialogo, anche da parte dei magistrati, per poter coltivare la cultura dell’antimafia, portando l’esempio della forte esposizione mediatica che ebbero – all’epoca – Falcone e Borsellino.