Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiC’è un punto, oggi, nel quale il processo penale incontra la vita quotidiana: è lo spazio digitale dei social network. Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, WhatsApp e Telegram non sono più soltanto strumenti di comunicazione o di intrattenimento, ma ambienti nei quali si costruiscono relazioni, si lasciano tracce, si producono contenuti e, sempre più spesso, si formano elementi utili all’accertamento dei reati. Il volume di Alessandro Malacarne, pubblicato da Giappichelli, affronta questo nodo con un impianto sistematico raro e con una consapevolezza metodologica che lo rende un contributo di rilievo per la dottrina processualpenalistica. L’opera muove da una domanda semplice solo in apparenza: che cosa accade quando la “miniera d’oro” dei dati social entra nel circuito investigativo e probatorio? La risposta dell’autore non indulge né all’entusiasmo tecnologico né alla nostalgia per categorie incapaci di reggere l’urto del digitale. Al contrario, il libro ricostruisce con equilibrio il modo in cui le piattaforme incidono sulla ricerca della prova, sulla tutela dei diritti fondamentali, sulla formazione del convincimento giudiziale e sulle garanzie del modello accusatorio. La struttura è limpida. La prima parte offre l’inquadramento teorico del fenomeno, chiarendo la natura dei social network site e il loro crescente impatto sul diritto penale e processuale. La seconda entra nel vivo degli scenari investigativi: social network patrolling, open source intelligence, acquisizione di informazioni accessibili, false friend technique, dati riservati, sequestro del materiale social, messaggistica istantanea, cloud e crittografia. La terza parte si concentra sul giudizio, cioè sull’ingresso della social network evidence nel dibattimento: screenshot, autenticazione, paternità del contenuto, deepfake e limiti della scienza privata del giudice. Il merito principale del volume è di non trattare il digitale come un semplice “mezzo” nuovo applicato a problemi antichi. Malacarne mostra che il social network material modifica la qualità stessa della conoscenza processuale: i dati sono fluidi, replicabili, transnazionali, manipolabili, spesso custoditi da provider privati e raccolti in contesti nei quali pubblico e privato si confondono. Da qui l’esigenza di ripensare legalità, proporzionalità, riservatezza, segretezza delle comunicazioni e domicilio informatico, senza rinunciare all’effettività dell’azione investigativa. La collocazione editoriale accresce il valore dell’opera. Giappichelli conferma il proprio ruolo di presidio autorevole degli studi giuridici italiani. La pubblicazione nella collana “Studi sulla prova penale”, diretta da Francesco Caprioli, Paolo Ferrua, Loredana Garlati e Diego Marconi, e sostenuta da un comitato scientifico di alto profilo, segnala una precisa scelta culturale: accompagnare le trasformazioni della giustizia con strumenti scientifici rigorosi, capaci di parlare agli studiosi, ai magistrati, agli avvocati e ai policy maker. Non è un dettaglio editoriale, ma una garanzia di metodo. In un settore in cui il rischio è inseguire la cronaca o la novità tecnologica, Giappichelli offre un’opera destinata a restare, perché costruita sulle categorie e non sulle mode. Social network e giustizia penale si impone così come un libro necessario. È utile a chi voglia comprendere le nuove frontiere delle investigazioni digitali, ma anche a chi intenda misurare la tenuta delle garanzie costituzionali nell’ecosistema delle piattaforme. Il tema non riguarda soltanto gli specialisti: riguarda il modo in cui lo Stato può conoscere, controllare e giudicare in una società nella quale ogni gesto online può diventare dato, indizio, prova. Proprio per questo il volume di Malacarne rappresenta un tassello importante nella costruzione di una procedura penale all’altezza del presente.
Recensione “Social network e giustizia penale. Scenari investigativi e probatori” - ItaliaOggi.it
L’opera muove da una domanda semplice solo in apparenza: che cosa accade quando la “miniera d’oro” dei dati social entra nel circuito investigativo e probatorio?










