Storicamente le dinamiche narrative della carta stampata e della televisione generalista hanno rappresentato il contesto elettivo del processo mediatico, tuttavia, in seguito all’avvento dei social network, esso si è trasferito nello spazio digitale del web, inteso come un’agorà contemporanea fondata su un controllo costante, diffuso e orizzontale, della cronaca, in cui il pubblico ha smesso di essere un monolite passivo, per diventare un vero e proprio tribunale del popolo (Amodio, 2016).Il delitto di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, si pone, nella sua drammaticità, come un caso di studio emblematico per comprendere tale transizione strutturale. Sebbene la fase iniziale sia stata gestita dai mass media tradizionali secondo le classiche logiche dell’infotainment e della spettacolarizzazione del dolore, la successiva viralizzazione del caso, con la nascita di community dedicate, di forum di discussione e la migrazione del dibattito sulle moderne piattaforme social, ha trasformato la vicenda in un laboratorio fluido di giustizia partecipativa ed emotiva (Bauman, 2002).Le caratteristiche tecnologiche dei social network favoriscono dinamiche di polarizzazione, costruzione del capro espiatorio e ridefinizione della verità fattuale, dove la discussione digitale attorno alla presunta innocenza di Alberto Stasi risponde a bisogni strutturali di rassicurazione sociale e catarsi collettiva, operando secondo logiche pseudogiudiziarie che scavalcano deliberatamente le garanzie procedurali dello Stato di diritto.Indice degli argomenti
Caso Garlasco, se la giustizia emotiva trasforma i social in tribunale - Agenda Digitale
Il caso Garlasco mostra il passaggio dal processo mediatico tradizionale al tribunale del popolo online. Social network, polarizzazione, gogna digitale e citizen forensics ridefiniscono il rapporto tra cronaca nera, opinione pubblica, presunzione di innocenza e fiducia nelle istituzioni giudiziarie









