Non dovrebbe essere difficile comprendere – ma evidentemente lo è – perché ciò che sta accadendo ormai da qualche mese intorno al processo Garlasco non sia altro che una gazzarra mediatica indecorosa, che non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con il diritto di cronaca e con il diritto dei cittadini ad essere informati. I media e la pubblica opinione hanno il sacrosanto diritto di acquisire informazioni – ci mancherebbe altro – sulle indagini e sui successivi processi chiamati a decidere chi sia il responsabile di un delitto efferato. Ma quello che non può accadere è che in nome di questo diritto i media e l’opinione pubblica si attribuiscano il compito di celebrare indagini e processi paralleli negli studi televisivi o sui social. Lo schema di queste trasmissioni è infatti mutuato da quello del processo: esperti (o presunti tali) assumono il ruolo dei consulenti e dei periti di accusa e difesa; si cercano e si intervistano possibili testimoni diretti o indiretti del fatto; gli avvocati difendono le ragioni dei propri assistiti. Il conduttore fa in qualche modo le veci del giudice, anche se quasi mai imparziale, visto che sono ormai ben riconoscibili trasmissioni innocentiste e trasmissioni colpevoliste. I social fanno il resto. Si tratta di un incivile Hellzapoppin‘, un cabaret dell’inferno, del tutto incompatibile con un sistema ordinamentale che, non certo a caso, confina in un perimetro molto rigoroso sia la fase delle indagini, che dovrebbero essere segrete, sia la fase del processo, che è pubblico per fortuna, ma che ha regole molto precise e non derogabili. Il giudizio penale – ecco il punto – è il luogo della verifica delle competenze e delle responsabilità di tutti coloro che partecipano, nelle più varie forme, a questo tremendo rito laico che porterà al giudizio. Il testimone giura, ma soprattutto, dopo aver riferito il fatto al quale dice di aver assistito, viene esaminato e contro-esaminato da tutte le parti processuali e dal giudice, per saggiarne l’attendibilità. Lo stesso vale per i consulenti tecnici, che si impegnano a rendere la propria deposizione in scienza e coscienza, consapevoli che dovranno subire l’accurato controesame tecnico delle parti avverse: e questo vale per il perito trascrittore delle intercettazioni, per l’esperto di DNA, per lo psicologo, e così via. E’ esattamente questo che manca, direi concettualmente, nel parallelo processo mediatico, popolato come è da “esperti” con curricula non sempre verificati, lasciati liberi di esprimere valutazioni e giudizi, spesso su materiale probatorio scarsamente o niente affatto conosciuto, senza alcun profilo di responsabilità, e soprattutto al riparo da adeguati controesami confutativi. Così – per fare uno tra i cento esempi possibili – la criminologa Tizia può diffondersi senza freni sui gusti sessuali dell’imputato Caio o dell’indagato Sempronio, sulla natura “raccapriciante” delle loro privatissime navigazioni sui sito porno, suggerendo giudizi morali e (implicitamente o esplicitamente) criminali, sapendo che non dovrà affrontare alcuna prova di resistenza di quei propri giudizi, affrancata come è da ogni responsabilità in nome del preteso, insindacabile suo diritto di esprimere “la propria opinione”. Ma sono “opinioni” che concorrono, spesso in modo decisivo, alla sentenza mediatica, che perciò impattano sulla vita e sulla dignità del sospettato, quotidianamente analizzato, denudato e svergognato spesso in modo irrimediabile. Questo pare a me il nocciolo vero della questione: questo impazzimento di quotidiane aule mediatiche, ciascuna delle quali parteggia per l’uno o per l’altro dei sospettati, è costruito e radicato su un meccanismo narrativo che rivendica e pretende l’assoluta propria irresponsabilità, il diritto di parlare del processo senza che siano verificate la completezza delle conoscenze degli atti processuali, la qualità e la consistenza curriculare delle declamate competenze scientifiche, e dunque la verifica serrata e severissima che i protagonisti di quel rito mediatico quotidiano riceverebbero, invece, nell’aula di un Tribunale. Cosa avrebbe a che fare tutto ciò con il diritto di cronaca?