Il processo penale entra nelle coscienze collettive come forse nessun altro ambito del diritto riesce a fare. Il diritto penale parla di libertà, responsabilità, colpa, innocenza e pulsioni ed è proprio per questo che finisce inevitabilmente per attraversare anche la vita di chi non ne è direttamente coinvolto. Ogni grande vicenda giudiziaria, tanto più se è intricata, genera un bisogno immediato di sapere, comprendere, prendere posizione, persino formulare un giudizio. È in questo spazio, tra il bisogno pubblico di una “verità” – tema dolente per qualsiasi processual penalista – e la necessità che il procedimento faccia il suo corso, che si insinua il processo mediatico. Dentro questa frattura il delitto di Garlasco continua a interrogare il diritto e il nostro modo di intendere la giustizia. È un caso che da quasi vent’anni lascia dietro di sé ombre e dubbi, ma oggi siamo davanti a una possibilità forte, fortissima: un innocente che potrebbe aver scontato una lunga condanna e una macchina giudiziaria che potrebbe aver commesso errori. Ma possiamo veramente lasciare che anche questo caso sia travolto da ricostruzioni alternative, sospetti, ipotesi, processi paralleli e “show” che nulla hanno a che vedere con il processo penale?La pubblicità del processo penale è una garanzia del giusto processo, ma, nel modo in cui viene maneggiata, sta diventando anche garanzia di spettacolarizzazione. Nel processo penale esistono garanzie costruite in decenni di civiltà giuridica: presunzione di non colpevolezza, diritto alla difesa, contraddittorio, responsabilità accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Nulla può essere dato per scontato: il sospetto non basta, l’intuizione non basta, nemmeno ciò che appare plausibile basta. La prova è rigorosa: resiste al controllo delle parti, alla verifica del giudice, alle regole del dibattimento. Nel processo mediatico, invece, tutto cambia. I tempi diventano immediati, il dubbio diventa ricostruzione plausibile, l’indagine si trasforma in giudizio anticipato, gli indizi diventano prova regina e la mera ipotesi accusatoria assume, nell’opinione pubblica, il peso di una verità. Anche il segreto investigativo, che dovrebbe essere una garanzia, diventa “scoop”: intercettazioni, consulenze e dettagli investigativi subiscono una opinabile discovery pubblica.Stiamo confondendo troppo spesso il processo con la sua rappresentazione, perdendo i “crismi” che da quasi 40 anni accompagnano il nostro sistema accusatorio. In un tempo in cui anche una richiesta di rinvio a giudizio viene interpretata come indice di colpevolezza, non si richiede che tutti conoscano gli istituti processuali, ma si chiede cautela. Il processo penale non è costruito per inseguire emozioni collettive, ma per accertare responsabilità secondo regole precise, spesso lente, ma necessarie. Chiedere cautela non significa sottrarsi alla ricerca della verità né ridimensionare le indagini, significa difendere ciò che distingue un’aula di giustizia da un processo celebrato nella percezione pubblica: centralità della prova, contraddittorio, presunzione di non colpevolezza, distinzione tra indizio e certezza. Se abbandoniamo le regole auree del processo penale, non resta più la giustizia, ma solo il suo simulacro: più rapido, più rumoroso, forse più rassicurante per chi guarda da fuori, ma infinitamente più fragile per chi ne porta addosso le conseguenze.