La giustizia vive di equilibrio, ma soprattutto di credibilità. È una fiducia costruita nel tempo attraverso il rigore delle regole, la serietà delle decisioni e la convinzione, da parte dei cittadini, che l’accertamento della verità avvenga lontano da condizionamenti esterni e da pressioni estranee al processo. Nessun sistema giudiziario può dirsi infallibile e sarebbe illusorio sostenere il contrario. La possibilità che emergano nuovi elementi investigativi, anche a distanza di anni, appartiene alla fisiologia di ogni ordinamento moderno e rappresenta una garanzia di civiltà giuridica. Vi sono casi nei quali approfondire ulteriormente risulta doveroso, soprattutto quando sopravvengono acquisizioni scientifiche o probatorie capaci di imporre una diversa lettura dei fatti.

Tuttavia, proprio perché si interviene su vicende già definite da sentenze irrevocabili, sarebbe necessaria maggiore prudenza non soltanto nello svolgimento delle attività investigative, ma anche nel modo in cui esse vengono raccontate e diffuse all’opinione pubblica. Negli ultimi anni si è progressivamente affermata la tendenza a trasformare ogni riapertura di indagine in un evento mediatico permanente, alimentato da indiscrezioni, ipotesi investigative e frammenti di atti processuali divulgati ben prima di qualsiasi verifica dibattimentale. In questo clima il piano della giustizia può sovrapporsi a quello della comunicazione, generando una sorta di processo parallelo nel quale il sospetto assume spesso maggiore forza della prova. Non solo; la rapidità con cui oggi una notizia si diffonde, amplifica qualsiasi elemento investigativo anche quando lo stesso sia ancora privo di un effettivo valore processuale, contribuendo così a consolidare nell’opinione pubblica convinzioni spesso premature.