Le aspettative di giustizia che provengono dall’opinione pubblica possono far vivere l’assoluzione per ragionevole dubbio come una sconfitta. Invece è la vittoria di uno Stato liberal democratico, di un ordinamento verifica attentamente gli indizi e animato dal dubbio finale preferisce correre il rischio di avere un colpevole fuori, che un innocente dentro al carcere». Stefano Vitelli è il magistrato che il 17 dicembre 2009, nella veste di gup del Tribunale di Vigevano, assolse in primo grado Alberto Stasi dall’accusa di omicidio, basandosi sul principio del ragionevole dubbio che ha ispirato il libro scritto con il giornalista Giuseppe Legato: “Il ragionevole dubbio di Garlasco”.
Perché questo caso appassiona tanto l’opinione pubblica? Si sono create delle tifoserie quasi da stadio tra Stasi e Andrea Sempio, tra colpevolisti e innocentisti.«Affascina un po’ tutti perché c’erano le indagini sul “biondino dagli occhi di ghiaccio”, l’alibi che prima viene ritenuto falso e poi si scopre che è vero, le assoluzioni, poi le condanne e quindi dopo anni, con Stasi in carcere, una prima riapertura delle indagini. Poi questa ultima inchiesta, con l'emersione di un nuovo indagato. Il caso Garlasco però non è solo un processo mediatico, l’ossessiva ricerca di soluzioni all’enigma di questo misterioso delitto. Rappresenta un formidabile esempio di come il ragionevole dubbio non sia un principio astratto, un tecnicismo accademico, ma una garanzia reale che riguarda la vita di tutti noi».Si è passati da Stasi definito il biondino dagli occhi di ghiaccio, a Sempio dipinto come un solitario represso. Quanto questa narrazione può influire su un processo in cui c’è stata o ci sarà una giuria popolare?«In Stasi c’era sicuramente anche questa narrazione più semplificante, alimentata per esempio dalla telefonata al 118: secondo molti la sua voce distaccata e i termini usati erano sintomo di una sospetta freddezza; veniva giudicata negativamente la circostanza che non si fosse sincerato delle condizioni della fidanzata ma fosse scappato e avesse chiamato i soccorsi solo vicino alla caserma dei carabinieri. Ha giocato un ruolo forte nel processo mediatico, con possibili riflessi sul processo reale, anche la questione della pornografia. Penso che fra le ragioni per cui la difesa di Stasi abbia scelto il rito abbreviato si volesse evitare un giudizio “morale” da parte dei giudici popolari». Quanto ha influito nella sua decisione la testimonianza della vicina di casa Franca Bermani che con sicurezza in aula disse che la bici nera appoggiata al muro davanti alla villetta dei Poggi alle 9,10 del 13 agosto 2007 “non era quella di Stasi”?«Questo è stato un momento saliente, ma in realtà tutto il processo ha avuto questa particolarità: quando pensavi di essere arrivato a un elemento indiziario forte, si squagliava, perdeva forza una volta che lo approfondivi. La testimone descrive una bicicletta diversa da quella di Stasi e lì si pone un buco nero rispetto alla questione di chi fosse quella bicicletta. La sua impronta sul dispenser del sapone in bagno, nel momento in cui è stata approfondita ha perso forza perché il perito disse che dubitava fortemente che l’assassino si fosse lavato in quel lavandino. L’alibi informatico da un elemento indiziario forte contro di lui, divenne una prova a suo favore molto forte».Nel libro spiega che un alibi che si rivela falso è un indizio grave a carico dell'indagato. Non le chiederò dell'alibi dello scontrino di Sempio ritenuto appunto falso dai pm di Pavia, ma il fatto che nella prima inchiesta si era pensato che Stasi mentisse, quando diceva che era al pc, ha portato a non indagare in altre direzioni? «È una forte anomalia avere scoperto l’alibi vero a distanza di due anni, perché normalmente una delle prime verifiche che si fa nei confronti di un sospettato è chiedere: a quell'ora dov'eri?». E sulla base della verifica di quella risposta orienti le indagini. A volte la pressione mediatica porta gli inquirenti alla cosiddetta “visione a tunnel”, cioè prendi una strada e difficilmente la cambi, anche se si verificano non coerenti con la tua ipotesi».Il movente che ruolo gioca in un processo?«È un collante fra gli elementi indiziari raccolti, che può avere un significato rafforzativo dell'impianto indiziario. Nella valutazione mia e della prima Corte d’appello è stato privilegiato un approccio volto a selezionare il singolo indizio e valutare se avesse un’autonoma forza, e se non ce l'aveva andava eliminato. Invece l’approccio dei giudici che hanno portato alle condanne di Stasi è stato più olistico: si è guardato alla quantità e alla convergenza di plurimi indizi che, anche se con singole criticità, si sono sommati e rafforzati. Ultimamente si tende a preferire il primo approccio».Cosa sarebbe cambiato se la scena del delitto e alcuni mezzi di prova non fossero stati alterati?«Sicuramente ci sono stati degli errori. Una peculiarità di questo caso è il profilo di accidentalità. Se Stasi fosse innocente, ci sarebbe stata una forte componente di sfortuna. Basti pensare al pc: se lui avesse interagito al computer 10 minuti prima, sarebbe stato scagionato subito. E la sfortuna non la processi, non crea divisioni, anzi, fa paura».Stasi e Sempio, due ragazzi che nemmeno si conoscevano e i cui destini processuali ora sembrano legati. Solo uno però è l'assassino. Cosa può accadere adesso?«Rispetto al nuovo indagato, se ci sarà l'esercizio dell'azione penale da parte del pm, ci sarà un'udienza preliminare in cui l'imputato potrebbe chiedere il giudizio abbreviato, come lo chiese a suo tempo Stasi, altrimenti si discuterà se l’impianto accusatorio sia abbastanza solido per meritare il giudizio della Corte d’Assise. Per quanto riguarda Stasi, verosimilmente la difesa chiederà la revisione del processo. Non è necessario provare l'innocenza sulla base degli elementi sopravvenuti, è sufficiente far emergere il ragionevole dubbio che sia stato Stasi ad uccidere».









