Dal caso Garlasco alla battaglia sull’appello dei pm: cosa prevedono oggi le norme e perché le riforme degli ultimi vent’anni non hanno mai risolto il nodo delle assoluzioni ribaltate in appello

«Come è stato possibile condannare Stasi? La legge va cambiata». Lo ha detto lo scorso 13 maggio il ministro della giustizia Carlo Nordio, ancora una volta ammettendo tutti i suoi dubbi su Alberto Stasi, condannato nel 2015 per l’omicidio di Chiara Poggi dopo due assoluzioni. Il ministro riapre così uno dei dossier più dibattuti sulla giustizia italiana: la possibilità per i pubblici ministeri di appellare una sentenza di assoluzione e ottenere poi una condanna nei gradi successivi di giudizio.

Non è la prima volta che il caso Garlasco viene citato (forse meglio dire strumentalizzato) dalla politica per sollevare dubbi sul sistema giustizia. Lo aveva fatto Giorgia Meloni durante la campagna per il referendum sulla giustizia che si è votato a marzo, e ora anche Nordio torna a rievocarlo mentre è ancora aperta la nuova inchiesta della procura di Pavia su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi. E lo fa tornando su una questione che in molti considerano una stortura del sistema: il fatto che Alberto Stasi, assolto nei primi giudizi di merito, sia stato poi definitivamente condannato. Ma quando Nordio dice che «la legge va cambiata», a quale legge si riferisce davvero? E soprattutto: perché negli ultimi vent’anni tutti i tentativi di intervenire su questo punto sono falliti oppure si sono fermati davanti alla Corte costituzionale?