C’è un genere letterario poco studiato ma fiorente, che potremmo chiamare l’inchiesta perpetua. Funziona così: si pubblica una rivelazione, la rivelazione viene smentita, e a quel punto – anziché fermarsi e ammettere gli errori – si pubblica la notizia della smentita trasformandola in una nuova rivelazione. Il meccanismo è di una semplicità che sfiora la perfezione, e ha il pregio di essere, in linea di principio, inesauribile. Il Fatto quotidiano lo pratica con la disinvoltura dei maestri e l’aria compunta di chi ha appena salvato la Repubblica. Mesi fa aveva costruito un’inchiesta sulla grazia concessa da Sergio Mattarella a Nicole Minetti: il bambino adottato in Uruguay non sarebbe stato davvero disabile, il volontariato in Italia sarebbe stato una finzione, i presupposti dell’atto presidenziale di clemenza sarebbero stati pressoché fraudolenti. La storia aveva avuto l’insolito effetto di far dubitare il Quirinale di se stesso: Sergio Mattarella aveva chiesto chiarimenti al ministero della Giustizia, la procura generale di Milano aveva aperto un supplemento istruttorio, carabinieri e Interpol erano stati coinvolti. Non capita tutti i giorni che un giornale riesca a mettere un presidente della Repubblica nella condizione di dover verificare la propria firma. E’ una forma di influenza che, a ben pensarci, potrebbe anche suscitare invidia. Ieri la procura generale ha concluso. Il procuratore Francesca Nanni ha scritto, con la franchezza burocratica che è il più bel registro della prosa giudiziaria, che i fatti riportati nelle notizie di stampa “non corrispondono al vero”. Confermato il grave quadro sanitario del bambino. Confermato il volontariato. Confermata la presenza pressoché stabile di Minetti in Italia. Smentite le storie sui festini con droga e sesso – fonte: una massaggiatrice – da numerose dichiarazioni raccolte dai carabinieri. Il Fatto ha pubblicato anche lui la notizia. Il titolo scelto è: “Niente rogatoria sulla testimone”. In pratica, qualunque sia l’esito degli accertamenti, esiste sempre un accertamento ulteriore la cui assenza ne mina la definitività.La tesi implicita è che la procura generale di Milano, non avendo disposto una rogatoria internazionale per sentire di nuovo la famosa massaggiatrice, abbia in qualche modo mancato di completezza. Nessun accertamento è mai abbastanza, perché ne manca sempre uno che lo avrebbe perfezionato, la prova che scagiona è sempre viziata dall’indagine che non si sarebbe svolta correttamente o da un nuovo dettaglio che viene tirato fuori a sorpresa. Così l’inchiesta non finisce: si trasforma. Cambiano i sospettati – stavolta è la procura generale di Milano a non sapere fare il proprio lavoro – ma il movimento è lo stesso, perpetuo e circolare, come certi corsi d’acqua che non sfociano da nessuna parte. Ma un giornalismo che pretende di costruire gran parte della propria autorevolezza e credibilità sulla funzione di controllo e denuncia, dovrebbe invece considerare la fase di verifica successiva come parte della stessa responsabilità editoriale. E in questo c’è forse la differenza sostanziale che separa un’inchiesta da una cialtronata. Non perché quel giornale debba chiedere scusa ogni volta, quando sbaglia, ma perché la proporzione tra clamore iniziale e aggiornamento finale incide direttamente sulla fiducia del pubblico. Non si tratta di autoflagellazione. Si tratta di un esercizio di igiene professionale che, paradossalmente, rafforza l’autorevolezza anziché indebolirla. Una redazione che, conclusa un’inchiesta dagli esiti incerti, dedica una riflessione esplicita al proprio operato compie un gesto che la rende, nel lungo periodo, più credibile, non meno. Altro che “le rogatorie non sono state richieste”. Il Globe and Mail, prestigioso quotidiano canadese, alcuni giorni fa ha smentito se stesso.Lo ha raccontato proprio ieri, su queste colonne, Matteo Matzuzzi. Cinque anni fa il Globe aveva dato per certa la scoperta di 215 corpi di bambini seppelliti in un ex collegio cattolico canadese. Ne venne fuori uno scandalo di proporzioni planetarie che imbarazzò non Mattarella, ma l’eternità della Chiesa cattolica. Ebbene, poiché nulla di quella storia era vero, il giornale lo ha scritto, ammettendo gli errori, correggendo pubblicamente la propria inchiesta. Chi ammette di aver sbagliato una volta guadagna il diritto di essere creduto la prossima. In Italia però il meccanismo si inceppa, e il motivo non è oscuro. Quando un giornale è anche una fazione – o almeno viene percepito come tale, e in certi casi si percepisce tale da solo – ogni autoriflessione metodologica diventa leggibile come resa all’avversario. Al nemico. E in queste condizioni psicologiche, ammettere che un’inchiesta era totalmente sbagliata non significa riconoscere un errore: significa consegnare una bandiera. E quindi non si ammette nulla, e la notizia della smentita esce col titolo sbagliato, e il lettore impara – lentamente, ma impara – che il fragore delle accuse è inversamente proporzionale alla solidità delle prove. La sfiducia nel giornalismo probabilmente non nasce dalle fake news: nasce da questa sproporzione, silenziosa e sistematica, tra il clamore dell’inizio e il silenzio della fine.Ps.In questa faccenda di Nicole Minetti resta ormai solo un ultimo dettaglio aperto. Quando il Quirinale aprì il caso, lo fece con un comunicato pubblico. Ora che il caso si chiude, sarebbe bello – non doveroso, bello – che arrivasse un secondo comunicato. Solo per chiudere il cerchio con la stessa cura con cui era stato aperto. Ma è probabile che non arriverà, perché anche le istituzioni, dopo avere dubitato pubblicamente di se stesse, potrebbero preferire il silenzio della conclusione o una festa con Paola Cortellesi e Annalisa. E così la storia di Minetti scivolerà nell’archivio senza epitaffio, in attesa della prossima puntata.
Il Fatto non sbaglia mai, e questo è il suo problema. Il silenzio del Quirinale sul caso Minetti
Chi non ammette gli errori ha esattamente la credibilità che merita. Non si tratta di autoflagellazione. Si tratta di un esercizio di igiene professionale che, paradossalmente, rafforza l’autorevolezza anziché indebolirla















