Il sospetto da taluni (ma non dal nostro ordinamento) descritto come l’anticamera della verità, può rivelarsi invece l’anticamera della vanità.

Il movente autoreferenziale, la tesi per partito preso non è mai buona consigliera e può creare abbagli.

Così il caso Minetti si sgonfia vistosamente.

E in modo definitivo, a meno che non si intenda teorizzare l’indipendenza della magistratura a corrente alternata, spegnendo l’interruttore quando essa produce sentenze diverse da quelle auspicate.

Il capo dello Stato, come ogni essere umano, può anche sbagliare, e Sergio Mattarella non possedendo (per fortuna) strumenti in grado di sviluppare supplementi di istruttoria in proprio aveva preso in considerazione questa ipotesi quando ha invitato il ministero della Giustizia (che aveva istruito la pratica per la grazia alla ex consigliera regionale, igienista dentale protagonista nel caso Ruby) a verificare «con cortese urgenza» la «fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa».