Almeno il Cav può rivendicare una verità postuma che dimostra come pure in una democrazia la politica può trasformarsi in martirio

Segui Il Giornale su Google Discover

Scegli Il Giornale come fonte preferita

Siamo alla sesta archiviazione di una vicenda inesistente, inventata su teoremi e suggestioni nascondendo barlumi di verità dietro una spessa coltre di ipocrisia. Il tentativo di tirare in ballo Silvio Berlusconi sulle stragi di mafia è una delle grandi menzogne della Seconda Repubblica su cui hanno speculato il circuito mediatico-giudiziario e un pezzo di sinistra giustizialista. Il bilancio è negativo per tutti: per le vittime, il Cav e Marcello Dell'Utri, che per trent'anni hanno subito una persecuzione giudiziaria che gli ha corroso l'immagine e costata risorse (un cittadino comune sarebbe morto in carcere); e per i Torquemada che frequentano i tribunali, le redazioni dei giornali e la politica, che hanno perso autorevolezza e credibilità.Almeno il Cav può rivendicare una verità postuma che dimostra come pure in una democrazia la politica può trasformarsi in martirio. La Storia, invece, quella con la S maiuscola, non quella scritta dai brogliacci di qualche procura, ha pagato per decenni il nocumento del sospetto. Eppure ad occhi imparziali e non condizionati dall'ideologia quello che avvenne in quegli anni, la famosa trattativa Stato-mafia, poteva apparire chiaro fin dall'inizio. In quella fase tragica lo Stato si trovò impreparato ad affrontare la violenza mafiosa per cui fu costretto a prendere tempo per riorganizzarsi dopo gli attentati a Falcone e Borsellino.La trattativa che paradossalmente in piena guerra alle cosche tolse centinaia di picciotti dal carcere duro nacque da questa esigenza. Un esempio di pragmatismo da ragion di Stato, dalla morale dubbia ma dettato dalle necessità, che preparò la grande offensiva contro la cupola mafiosa e portò agli arresti di Riina e di Provenzano: siamo al Machiavelli del fine che giustifica i mezzi, nulla di più. Di quest'operazione furono probabilmente al corrente i vertici di quella trimurti istituzionale che governò il passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica: il capo dello Stato Scalfaro; i presidenti delle due Camere Napolitano e Spadolini; e il capo del governo Ciampi. Un segreto custodito gelosamente per trent'anni anche perché tre dei componenti di quel vertice istituzionale salirono sul Colle nei decenni successivi. Per quella verità che non poteva essere svelata hanno pagato nel tempo servitori dello Stato, giornalisti e addirittura magistrati.