Il circo mediatico-giudiziario funziona così. Si prende un’accusa che può far comodo. Si disumanizza il soggetto accusato rendendolo il simbolo di qualcosa da combattere. Si trasforma rapidamente quell’accusa in verità assoluta. Si utilizza quell’accusa per dimostrare la bontà delle proprie idee. Si usano i sospetti per cercare di ottenere benefici politici. E il gioco è fatto. Per provare a combattere con la forza delle parole quel mostro chiamato circo mediatico-giudiziario occorre avere non solo amore per lo stato di diritto, ma anche un po’ di memoria. L’amore per lo stato di diritto, che poi è anche amore per la famosa Costituzione più bella del mondo, suggerisce di non farsi abbindolare dai professionisti del rancore, delle allusioni, dei sospetti, del fango – ieri il capo dello stato ha diffuso un comunicato per ribadire che non vi sono ragioni, dopo le valutazioni della procura generale, per ridiscutere della grazia – e di considerare sempre un’accusa come un fatto da verificare, non come una condanna semplicemente da confutare.Chi ama lo stato di diritto, e incidentalmente anche chi ama la Costituzione più bella del mondo, che all’articolo 27 ricorda che ogni cittadino va considerato innocente fino a prova contraria, di fronte al caso della grazia concessa a Nicole Minetti – ma se vogliamo anche di fronte al caso delle indagini infinite sul Berlusconi mandante occulto delle stragi mafiose insieme con Dell’Utri, accusa nuovamente caduta ieri dopo trent’anni di balle – non poteva che comportarsi in modo lineare: le accuse, senza prove, restano accuse, spesso solo allusioni, e quando vi è un’accusa non dimostrata bisogna avere la pazienza di sfidare il mainstream manettaro per provare a ristabilire un minimo di verità.Il caso della grazia a Nicole Minetti, con le polemiche montate a seguito delle inchieste non solidissime del Fatto quotidiano, che ha tentato in tutti i modi di dimostrare che Minetti avrebbe organizzato un complotto internazionale, con tanto di avvocati carbonizzati, tribunali gabbati, presidenze della Repubblica raggirate, per adottare un bambino malato unicamente per poter essere graziata, ha permesso di ricordare quali sono gli ingranaggi diabolici che muovono il circo mediatico-giudiziario. Ma allo stesso tempo, non incidentalmente, ha permesso anche di far emergere un pezzo di classe dirigente che, di fronte alla possibilità di accarezzare lo stato di diritto o di piegarlo ai propri interessi, ha scelto di seguire la seconda strada piuttosto che la prima. Per provare a combattere il mostro chiamato circo mediatico-giudiziario bisogna avere a cuore la Costituzione, lo stato di diritto, la presunzione di innocenza, e questo lo sappiamo. Ma a volte bisogna anche avere semplicemente un po’ di memoria. La memoria, nel caso specifico, è utile per non dimenticare, per non far passare tutto in cavalleria, per ricordare che cosa succede quando si trasformano i pettegolezzi in sentenze, quando si trasformano le illazioni in condanne, quando si sceglie di non sfidare la macchina del fango per paura di essere considerati complici degli accusati di turno (vale sul caso Minetti e vale sul caso Berlusconi, of course: con il Cav., da vivo e da morto, il mascariamento del circo mediatico-giudiziario è stato sempre alla luce del sole, bastava solo vederlo).E dunque, sul caso Minetti, piccolo ripasso, minimo. Nei giorni del fango riversato contro il Quirinale, il ministero della Giustizia e la procura generale di Milano è andato in onda un sabba del giustizialismo. Accuse trasformate in sentenze, illazioni trasformate in condanne, innocenti considerati colpevoli fino a prova contraria. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, ha chiesto a Meloni che Nordio facesse “un passo indietro”, parlando di “gravità inaudita”, “istruttorie improprie o superficiali”, “sciatteria a Via Arenula”. I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato – Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato – hanno chiesto a Nordio di “fare una cosa sola”: “Dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni”. Il leader di Avs Nicola Fratoianni ha detto che, “in attesa delle doverose verifiche richieste dal Quirinale e dei necessari e urgenti chiarimenti del ministro della Giustizia, è del tutto evidente che siamo di fronte all’ennesimo disastro istituzionale, politico ed etico firmato Nordio”. Angelo Bonelli, Avs, ha chiesto le dimissioni immediate di Nordio, accusandolo di aver messo “in imbarazzo il capo dello stato”. Tomaso Montanari, rettore e intellettuale, ha invitato Meloni a dimettersi, sostenendo che Travaglio e Mackinson, autore degli “scoop” del Fatto, avrebbero dovuto fare il ministro e il capo di gabinetto, perché erano “gli unici capaci di fare un’istruttoria”. Sigfrido Ranucci ha rilanciato a “E’ sempre Cartabianca” una pista secondo cui una fonte avrebbe visto Nordio nel ranch di Giuseppe Cipriani in Uruguay: Nordio ha smentito in diretta e poi Ranucci si è scusato parlando di “eccesso”.Il circo mediatico-giudiziario funziona così. Si prende un’accusa che può far comodo. Si disumanizza il soggetto accusato trasformandolo nel simbolo di qualcosa da combattere. Si trasforma rapidamente quell’accusa in verità assoluta. Si utilizza quell’accusa per dimostrare la bontà delle proprie idee. Si usano i sospetti per cercare di ottenere benefici politici. E infine si getta gratuitamente fango sul prossimo senza pagare alcuna conseguenza, sapendo che ciò che conta nel dibattito pubblico non è ciò che viene dimostrato da un tribunale, ma ciò che viene affermato dal tribunale del popolo. Niente male: il giornale dei magistrati che ha fatto campagna per l’autonomia della magistratura ora dice che i magistrati hanno ragione solo quando fanno quello che dice il Fatto. Si potrebbe dire che in fondo tutto è finito in modo positivo, perché la procura generale di Milano ha confermato il parere positivo sulla grazia, ha smentito le illazioni da cui era nato il caso, chi si è sentito colpito nella propria reputazione prenderà i provvedimenti che ritiene opportuni, chi ha lavorato alla grazia ha visto confermata la bontà delle proprie procedure. Ma quando un paese vive sotto lo schiaffo del circo mediatico-giudiziario, quando un paese si alimenta a processi mediatici, quando un paese sceglie di affidarsi al culto del tribunale del popolo, il problema non è il modo in cui si conclude un’indagine o un processo. Il problema è l’assenza di anticorpi in grado di tenere lontana la classe dirigente politica, intellettuale e giornalistica da un rischio costante: trasformare la fuffa in un fatto, fare del fango la bussola dello stato di diritto, creare macchie che resistono a qualsiasi iter giudiziario, costruire carriere sulla cultura dello scalpo, come è accaduto per anni con Berlusconi, e inquinare il dibattito pubblico attraverso la distruzione sistematica delle vite degli altri. Il caso Minetti passerà, la cultura della gogna, fino a quando i giornalisti e i magistrati non impareranno a separare le loro carriere, purtroppo rimarrà a lungo ancora con noi. E’ lo scalpo, bellezza.