Ci sono vicende che mettono a dura prova la coscienza di un Paese, come le storie di Mario Roggero e di Abderrahim Fakir. È impossibile non provare empatia per una persona come Roggero che ha visto la propria famiglia aggredita nel luogo di lavoro, la moglie ferita, la figlia immobilizzata e la propria vita sconvolta in pochi istanti. È altrettanto comprensibile che l’ingresso in carcere di un uomo di 72 anni susciti interrogativi e partecipazione umana. Ma proprio quando le emozioni sono più forti, le istituzioni sono chiamate a essere più lucide. Negli ultimi giorni questa vicenda è diventata terreno di scontro politico, tra appelli, slogan e proposte di riforma formulate sull’onda dell’emozione. Persino Elon Musk ha espresso un giudizio liquidatorio sui social. È il segno di un tempo in cui tutto sembra poter essere semplificato. Ma la giustizia non vive di slogan, e la politica non dovrebbe rincorrerli. Lo Stato ha il dovere di garantire ai cittadini il diritto di difendersi. La legittima difesa è un principio fondamentale, che il Parlamento ha opportunamente rafforzato negli ultimi anni. Ma difendere questo diritto non significa eliminarne i limiti. La differenza tra uno Stato di diritto e una società affidata alla giustizia privata sta proprio qui: la legge distingue la difesa dalla vendetta. La reazione è legittima quando il pericolo è attuale e inevitabile. Quando quel pericolo cessa, è lo Stato a tornare titolare dell’uso legittimo della forza. È un principio che può apparire severo, ma rappresenta uno dei fondamenti della nostra civiltà giuridica. Naturalmente è legittimo discutere della pena, interrogarsi sulle conseguenze personali di questa vicenda o valutare se alcune norme possano essere migliorate. Ma sarebbe un errore riscrivere il codice penale sulla base di un singolo caso. Le leggi devono nascere dalla ragione, non dall’emozione del momento. Anche per questo credo che il dibattito sulla grazia debba essere affrontato con grande prudenza. La grazia è una prerogativa costituzionale esclusiva del Presidente della Repubblica, uno strumento eccezionale che deve restare sottratto alla pressione della politica e della polemica quotidiana. Lo stesso principio dovrebbe valere sempre. Penso alla tragica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine a Bologna. Bisogna evitare sia le assoluzioni preventive sia le condanne sommarie, lasciando che siano gli accertamenti a stabilire la verità. È questo l’equilibrio che una democrazia matura deve saper custodire. Nessuna tolleranza verso eventuali abusi, ma nessuna presunzione di colpevolezza verso chi ogni giorno indossa una divisa al servizio dello Stato, impegnato nella difesa quotidiana ed assai impegnativa della libertà dei cittadini. E soprattutto nessuna strumentalizzazione e uso della piazza dove la trasformazione del dolore in furore collettivo è assai facile. La folla può passare, nel giro di pochi istanti, dall’acclamazione alla condanna, dalla pietà alla violenza. A Bologna l’altra sera, per dirla con Manzoni, «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». Il caso Roggero e il caso Fakir sono profondamente diversi, ma pongono la stessa domanda: vogliamo rimettere la giustizia alle emozioni o continuare ad affidarci alle istituzioni? La sicurezza dei cittadini, il rispetto delle forze dell’ordine, l’autonomia della magistratura e lo Stato di diritto non sono valori alternativi. Si sostengono a vicenda. La politica ha il dovere di difenderli tutti, senza cedere alla tentazione degli slogan. Perché la forza delle istituzioni si misura soprattutto quando il Paese è diviso. Ed è proprio allora che serve il coraggio dell’equilibrio, la maturità della democrazia. *Presidente della Consulta nazionale di Forza Italia, europarlamentare Ppe