A prima vista il caso Roggero e il caso Fakir non hanno nulla in comune. Storie diverse, contesti diversi, responsabilità diverse. Eppure, in questi giorni, finiscono per raccontare lo stesso problema: la crescente difficoltà ad accettare il ruolo delle istituzioni quando le loro decisioni non coincidono con ciò che vorremmo.
Nel caso di Mario Roggero, una parte della politica (la destra) liquida la sentenza come se fosse il frutto di una magistratura lontana dalla realtà. Si invocano i sondaggi, si dice che la maggioranza degli italiani la pensi diversamente. Ma uno Stato di diritto non si governa con i sondaggi. Se domani si chiedesse agli italiani di abolire le tasse, vincerebbe ovviamente il sì. Questo non significa che sarebbe giusto farlo (e fra l’altro non si può). La magistratura ha valutato un fatto preciso: Roggero sparò alle spalle dei rapinatori mentre fuggivano. Poi si può discutere della pena, della sua età, delle attenuanti, dei risarcimenti, del futuro di un uomo che nessuno auspica finisca i suoi giorni in carcere. Ma il punto di partenza resta quello.
Sul caso Fakir il rischio è speculare. Si dà per acquisito che il ragazzo sia stato ucciso dalla polizia, prima ancora che un'indagine abbia ricostruito ogni passaggio. È giusto pretendere chiarezza. Se emergeranno errori, anche gravi, dovranno essere accertati. Ma fermarsi a una verità precostituita significa negare alle forze dell'ordine la stessa presunzione di correttezza ( e innocenza) che chiediamo per ogni cittadino. E sorprende che Pd e sinistra invochino ‘verità e giustizia’: un messaggio che rischia di suggerire, implicitamente, che verità e giustizia non ci siano già negli strumenti dello Stato.













