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Ultimo aggiornamento: 6:20
di Lelio Freccero
Il gioco del calcio è nel Dna di noi italiani, conosciamo tutti questo gioco, se non direttamente, per osmosi, come mia madre, a cui il pallone non interessa, però guardava intere partite in tv per intravedere il volto del figlio in tribuna (al mondiale Germania 2006 c’è anche riuscita).
In Italia usare la metafora calcistica è una strategia di marketing infallibile. Forse per questa ragione i sostenitori del Sì la ripetono all’infinito. Il direttore Sallusti in ogni dibattito ribadisce “Immaginate una partita in cui l’arbitro, invece di essere neutro, appartiene ad una delle squadre”. Segue Antonio Di Pietro “Il processo penale di tipo accusatorio è come una partita di calcio. In campo ci sono le parti, l’accusa e la difesa che sono sullo stesso piano e giocano davanti a un giudice che tecnicamente dovrebbe essere terzo. Il problema è però che il terzo e il primo son fratelli di sangue. Nessuno vorrebbe giocare una partita dove arbitro e calciatore sono parenti”. E come dargli torto, già si sente il coro dalla curva “Arbitro venduto”.







