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28 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 7:30

La stagione dei decreti sicurezza del governo Meloni ha un tratto comune: ogni emergenza sociale viene tradotta in risposta penale. Rave, immigrazione, Caivano, occupazioni, proteste, carceri, centri per migranti, criminalità minorile, tutela delle forze dell’ordine: materie diverse, ma una grammatica unica. La sicurezza non viene trattata come politica pubblica complessa, fondata su prevenzione, dati, organizzazione amministrativa e capacità investigativa, ma come produzione continua di nuovi reati, aggravanti, divieti e inasprimenti. Facciamo un riepilogo.

Il primo segnale arriva con il decreto-legge n. 162 del 2022, passato alla cronaca come decreto “rave”, ma contenente anche ergastolo ostativo, rinvio della riforma Cartabia, obblighi vaccinali e raduni illegali. Già qui emerge un vizio di metodo: l’eterogeneità. Sotto l’etichetta dell’urgenza si accorpano materie lontanissime. Il decreto Cutro del 2023 conferma lo schema. Dopo una tragedia del mare, il baricentro non si sposta sulla sicurezza dei soccorsi, sui canali legali, sulla gestione ordinata delle procedure, ma sulla torsione repressiva dell’immigrazione. Vi sono anche misure sui flussi legali di ingresso, ed è l’aspetto migliore del provvedimento. Ma il messaggio politico resta ambiguo: la migrazione continua a essere collocata dentro il lessico della minaccia.