Prima l’uno, poi l’altro, forse nessuno dei due. È la storia infinita del delitto di Garlasco, dall’occhio del microscopio elettronico a quello indiscreto dei media e dei social, con slalom taglienti sulle vite di chi c’è ancora per dare una risposta a chi non c’è più. Ma è anche la storia di un fallimento giuridico e morale della giustizia che ha messo processualmente la parola fine all’indagine e all’inchiesta, trovando il colpevole in Alberto Stasi, allora fidanzato di Chiara Poggi, e dopo quasi un ventennio con altrettanta sicurezza a individuarne un altro in Andrea Sempio, amico del fratello della ragazza. È già stato squadernato il movente in un approccio respinto, rendendo quel delitto ancor più obbrobrioso, sono stati messi in piazza i frammenti di vita in libertà dell’allora adolescente oggi uomo fatto.
Su questo omicidio tutti sembrano sapere tutto, tra imbeccate, indiscrezioni e veline fatte uscire per pasturare le acque della rivelazione. Il garantismo dei giorni pari non vale in quello dei giorni dispari, e non ci vuole Eduardo per ricordare che «per vivere gli uomini debbono adattarsi a recitare la commedia», ma non necessariamente debbono pure «fingere di divertirsi». Perché in questa storia tutto è tragedia, materiale e morale, fuori e dentro le aule di giustizia, fuori e dentro i laboratori con le tecnologie esasperate per dare una certezza a ogni ragionevole dubbio. Se c’è un innocente in carcere e un colpevole fuori, il sistema ha fallito, e peggio ancora tutto quello che gli ruota attorno e se ne nutre morbosamente, proprio per dare risposte altrettanto morbose all’opinione pubblica. I mostri vanno ancora in prima pagina, ma prima sono esposti a testa in giù sui social, dove ogni parola è una pietra e ogni frase una sentenza definitiva, in attesa di prove uguali e contrarie. Se ci sono.














