Anche se i destini processuali di Andrea Sempio, indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, e di Alberto Stasi, condannato per lo stesso delitto a 16 anni di carcere, seguiranno strade parallele, poggiano entrambi su un vuoto, che a distanza di quasi vent’anni si fa ancora più vertiginoso: le “falle” che hanno costellato le indagini per quel delitto in cerca di verità. Al centro dell’inchiesta della Procura di Pavia - convinta che Sempio, l’amico di Marco Poggi, abbia ucciso Chiara da solo, spinto da un movente sessuale - tornano anche le prove, approfondite o viste sotto una nuova luce, raccolte durante le prime indagini, che si sono fin da subito concentrate su Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara. Accanto a quei «7 elementi gravi, precisi e concordanti» che portarono alla condanna nel 2015, restano lacune che ancora non trovano una risposta.

Tra i motivi, una scena del crimine contaminata, con 25 persone, tra carabinieri e investigatori che entrarono in quella villetta senza calzari e senza guanti. Ancora, le impronte presenti sul pigiama di Chiara, distrutte perché è stato girato il corpo, il gatto che viene lasciato libero, le scarpe di Stasi che saranno sequestrate solo due giorni dopo il delitto e, forse l’elemento simbolo dei tanti sbagli procedurali fatti in quei giorni, l’assenza delle impronte digitali della vittima, che sono state rilevate solo dopo la sepoltura, così come la mancanza del peso e della rilevazione della temperatura corporea, fondamentali per stabilire con più accuratezza l’orario della morte. Una rincorsa all’indietro: nel complicato mosaico delle indagini, si torna sempre lì dove si è già sbagliato una volta.