Bergamasca, classe 1983. Giornalista professionista, scrivo soprattutto di auto (ma amo la bici), di bambini e famiglia (ma amo la solitudine).

Che qualcosa non vada nel modo in cui è organizzata l’estate dei bambini italiani ce lo raccontiamo ogni anno. Oltre tre mesi senza scuola sono insostenibili per la maggior parte delle famiglie italiane. È un dato di fatto che viene ancora oggi trattato come un problema individuale («Devi imparare a organizzarti», «Se non puoi permetterti di badare ai tuoi figli facevi meglio a non farli» e l’onnipresente: «La scuola non è un parcheggio») quando invece è un problema sociale. Non era un problema 50 anni fa. Lo è adesso perché nel frattempo la società è cambiata, e non solo a causa delle “donne che lavorano”. Cinquant’anni fa le madri non badavano ai bambini più di adesso, semmai meno. I ragazzini erano di più, stavano insieme nei cortili, in strada, in giardino, venivano spediti in colonia (mia madre ne aveva un ricordo tremendo, alla «Full Metal Jacket»), spesso non erano sorvegliati e tutti vivevamo in maniera diversa. Meglio, peggio? Difficile dare giudizi di valore, ma la mortalità accidentale infantile era un evento piuttosto frequente. I bambini vittime di incidenti d’auto oggi sono un decimo di quelli degli anni Settanta; i bimbi morti per avvelenamento accidentale sono un ventesimo di allora; quelli per soffocamento da giocattoli quasi zero (negli anni Ottanta morivano così oltre settanta bimbi l’anno). Cito questi dati presi dalle serie storiche dell’Istat per ricordare, anche a me stessa, che i “bei tempi” in cui i bambini giocavano a pallone per strada e i genitori non si lamentavano di dovere pagare il centro estivo erano anche tempi in cui era dieci volte più probabile che i bambini finissero travolti e uccisi da un’auto.