Per questa fine di anno scolastico facciamoci un bel regalo: apriamo un dibattito (serio) sul calendario estivo. Senza preconcetti, partiti presi o tabù. Perché ormai è sempre più chiaro che qualcosa nel modello attuale deve essere rivisto e che la società deve iniziare a farsi carico del problema. Il problema, sia ben chiaro, non sono i figli. Nè le vacanze. A chi non piace stare al mare? O fare una bella passeggiata in montagna? Il problema è che i tre mesi di stop alla scuola sono palesemente inconciliabili con la vita quotidiana e lavorativa di milioni di famiglie.

“La scuola non è un parcheggio”. Verissimo. “Non si può stare in classe con 35 gradi”. Giusto. E quindi? Nell’incapacità di trovare una strategia funzionale, il bandolo della matassa resta nelle mani dei genitori, che hanno – quando va bene – 2/3 settimane di ferie, a fronte di 12 settimane di scuole chiuse. Il famoso “villaggio” in cui si dovrebbero crescere i figli? Nella maggior parte dei casi è un miraggio. Ci sono i centri estivi, certamente (dove la temperatura è la stessa delle scuole, va ricordato). Ma non tutti hanno la possibilità di pagarli per uno o più figli. Senza contare che non tutti i bambini e ragazzi ben si adattano a un ambiente nuovo, più eterogeneo e con meno punti di riferimento.