L’accusa decisiva contro Manuela Aiello, la mamma di Beatrice, ed Emanuel Iannuzzi, il suo compagno, è scritta sul corpo senza vita della piccola Beatrice così come è stato trovato la mattina del 9 febbraio. Dopo i soccorsi – inutili –, dopo le prime valutazioni del medico legale intervenuto sul posto e dopo i primi esiti dell’autopsia. Saltano subito agli occhi «numerose ecchimosi violacee al volto, al collo, agli arti superiori, al torace, all’addome e agli arti inferiori». Lividi ovunque, che gli inquirenti datano come riferibili a un arco temporale di 3-4 giorni prima del decesso. L’inferno durava da mesi ma si è consumato nei primi giorni di febbraio. Una ferita sul labbro superiore, una su quello inferiore, i segni sul volto, sulla spalla destra e sul torace. Qualcuno, aggiungono i medici forensi, deve aver versato acqua calda su quel corpo, forse pensando di cancellare i segni delle lesioni. E può averlo fatto o poco prima o subito dopo la morte della bambina.
Che al momento (sono in corso altri esami) i medici legali collocano tra la mezzanotte dell’8 febbraio e le 6.30 del nove. Come dire: quando Manuela Aiello ha chiamato i soccorsi, Beatrice era già morta, e forse lo era anche durante l’ultimo viaggio in auto da Perinaldo a Bordighera, accanto alle sorelline che provavano ad alzarle il braccio per vederlo ricadere. Poi le impronte delle scarpe: sulla coscia destra e sulla sinistra. Fuori dal gergo forense, calci o pedate. Ad aggiungere un dettaglio di trascuratezza: «i capelli della bimba apparivano tagliati in maniera difforme, in alcune zone del capo molto corti e in altre erano presenti ciocche di capelli più lunghi». L’autopsia conclude che la morte di Beatrice sia stata causata da un trauma cranico. Qualcuno l’ha colpita alla testa, oppure le ha fatto battere la testa. Su questo punto gli atti dell’inchiesta non escludono nulla: mani e piedi (pugni e calci), bastoni, strumenti di lavoro, pietre, bottiglie. Vale per il trauma carnico e vale anche per tutte le altre ferite trovate su Bea. Il punto è che gli esami smentiscono l’ipotesi di una caduta dalla culla o dalle scale di casa. Le lesioni non sono compatibili. Troppo profonde, troppo diffuse. Senza dimenticare che la bambina aveva addosso vestiti invernali che «per consistenza» attutiscono una caduta.














