Bordighera – Scoppia a piangere Emanuela Aiello, quando le mostrano la foto del volto tumefatto di Beatrice. L’interrogatorio di garanzia, dopo appena un quarto d’ora, viene interrotto. «Non ho mai toccato le mie bambine, nessuno in mia presenza ha messo loro le mani addosso» ha ripetuto la mamma della bimba di 2 anni, morta lo scorso 9 febbraio in circostanze tutte da accertare. Le dichiarazioni rese però non hanno convinto mercoledì mattina il gip della Procura di Imperia Massimiliano Botti, che ha convalidato l’arresto - lei è da febbraio in carcere a Torino - per maltrattamenti aggravati e continuati. Presente anche la pm Veronica Meglio. Stessa accusa per il compagno, Emanuel Iannuzzi, 42 anni. Anche lui resta in carcere, ma a Marassi. Si dice innocente. Non ha parlato, su consiglio della difesa che ieri mattina non aveva ricevuto le 3 mila pagine di atti e verbali, arrivate nel pomeriggio. «Avrebbe voluto dare la sua versione, è sotto choc» spiegano gli avvocati Maria Gioffrè e Cristian Urbini.

La piccola Beatrice

LE INDAGINI L’impianto accusatorio resta pesante, avvalorato dalle immagini spaventose emerse dai cellulari sequestrati a Iannuzzi. Foto scattate tra dicembre e gennaio che, tra occhi pesti ed escoriazioni, testimonierebbero le sevizie. Gravissimi indizi, ha certificato il giudice sabato nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, con indagini preliminari e accertamenti tecnici ancora in corso. Proprio sabato è stata depositata la relazione dei Ris, con l’esito dei sopralluoghi in casa di Iannuzzi a Perinaldo, dove sarebbe deceduta Beatrice, e nella casa di Montenero a Bordighera dove viveva con mamma e sorelline. Centinaia i prelievi repertati da ambienti e abiti, da cui emerge la forte presenza di Dna di Iannuzzi, cui gli inquirenti dovranno dare un senso. Attesa a breve anche la relazione del medico legale Francesco Ventura. Ha accertato che la morte sarebbe avvenuta per emorragia cerebrale, provocata da un corpo contundente non identificato. Esclusa la caduta dalle scale, ricostruzione fornita dalla mamma. Ma tutto il corpo di Bea era martoriato da ferite, colpi, escoriazioni profonde, persino l’impronta di una scarpa. Segni tanto evidenti da non poter sfuggire. In un video agli atti viene imposto a Bea di fumare una sigaretta, forse una «canna», tra le risate degli adulti. C’è poi il racconto delle sorelline, 8 e 10 anni, di quanto subìto e dell’agonia di Beatrice. Per la Procura, guidata da Alberto Lari, la morte sarebbe conseguenza dei maltrattamenti. E gli elementi emersi sufficienti per una incolpazione provvisoria.