Pubblicato il: 05/06/2026 – 11:54

di Emiliano Morrone

Dalla Piana di Gioia Tauro alla Sibaritide. Per capire l’orrore di Amendolara bisogna ritornare ai fatti di Rosarno. Tra la rivolta della Piana di Gioia Tauro e la strage della Sibaritide passano 16 anni di cronaca, inchieste, processi, studi, interventi legislativi e promesse politiche. Tuttavia lo sfruttamento del lavoro agricolo resiste e continua. Nel gennaio 2010 la protesta dei lavoratori africani di Rosarno costrinse tutta l’Italia a conoscere i luoghi, i volti e le voci della schiavizzazione umana a sud del Sud. Girarono nel mondo le immagini delle baracche, delle fabbriche abbandonate trasformate in dormitori, dei campi coltivati da braccianti martoriati e reietti, delle tensioni a pelle nella Piana di Gioia Tauro. Per qualche settimana la Calabria divenne il simbolo di una nuova questione meridionale cruda e amara. La politica annunciò interventi normativi, le istituzioni rafforzarono i controlli e i sindacati chiesero diritti e legalità. La magistratura approfondì certi rapporti e le responsabilità emergenti. Sei anni più tardi arrivò la legge 199 contro il caporalato, indicata da molti osservatori come uno degli strumenti più avanzati d’Europa. Dopo 16 anni, quattro cittadini pakistani – Stam, Harjit, Karan e Jaspreet Singh – vengono uccisi ad Amendolara, nel Cosentino. I loro corpi sono dati alle fiamme come si fa con le frasche rinsecchite o le gomme d’auto da smaltire. Le responsabilità penali saranno accertate dagli inquirenti, ma la vicenda va molto più in là dei delitti e delle pene, fino a entrare nel bilancio di un’intera stagione. Che cosa in Calabria si è imparato dalla vicenda di Rosarno e che cosa, invece, non abbiamo ancora risolto?