La strage di Amendolara, in cui quattro braccianti sono stati bruciati vivi in un minivan, ha squarciato il velo su un sistema criminale radicato e senza scrupoli. Secondo la Cgil Calabria, quanto accaduto sulla statale 106 non è un episodio isolato, ma il tragico culmine di un modello di sfruttamento che ha le sue radici nella criminalità organizzata.“L’agricoltura in Calabria è piena di questi caporali. Peraltro qui abbiamo il fenomeno del ‘caporale di emigrazione’: prendono i braccianti in Calabria e li portano a lavorare d’estate nel Metapontino, addirittura in Puglia, per poi utilizzarli di nuovo qui durante la stagione degli agrumi” spiega Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria. “È un sistema che fa capo alla ’ndrangheta, alle organizzazioni malavitose locali”.

Un orrore nato dalla richiesta di dignità

Il racconto del sopravvissuto ha gettato ulteriore luce sulla brutalità dei fatti. I lavoratori, assunti in un’azienda del potentino, non venivano retribuiti da aprile. La lite sarebbe nata proprio dalla richiesta di quei pagamenti dovuti, culminando nell’abominio del rogo.“Ieri il superstite ha avuto modo di dichiarare che questi migranti lavoravano in un’azienda a Scanzano Ionico, in Basilicata, assunti dal 20 aprile, e non erano stati mai pagati” racconta ancora Trotta. “La lite nasce dalle richieste di soldi, fino ad arrivare all’abominio umano di fermarsi ad un distributore di benzina, buttare del carburante e bruciare vive queste persone. È chiaro che appartengono ad un sistema criminale, perché il superstite ha parlato di droga e di pistole.“