di
Marco Imarisio, inviato a Parigi
Sette giorni dopo l’apocalisse tennistica di Sinner, sappiamo già che uno dei nostri sarà in finale, rendiamoci conto dell’epoca incredibile che stiamo vivendo
Caro signor Panatta, il suo eccezionale viaggio, coronato cinquant’anni fa da una indimenticabile vittoria, rappresenta uno dei capitoli più iconici mai scritti sulla terra di Parigi. Il vostro spirito da combattente, l’eleganza del vostro gioco e quei punti storici, continuano a rappresentare l’anima del Roland Garros».Dite quello che volete, ma nessuno come i francesi sa scrivere le lettere di invito. Ci mettono dentro parole non banali, ci mettono dentro anche l’amore che hanno per il nostro Paese. Sentire ieri il coro «Flavio, Flavio» che si è alzato sullo Chatrier spazza via tanti pregiudizi sui cugini che ci guardano con la puzza sotto al naso, e la cerimonia blasfema alle Olimpiadi, e la Senna non balneabile, e ridateci la Gioconda, queste cavolate che spesso vengono usate in modo strumentale per alimentare un livore o una rivalità che sono solo unilaterali, da parte nostra. E i francesi che si incazzano è solo più la prima frase di una canzone di Paolo Conte, artista per altro venerato a Parigi, ma non rappresenta più la verità. E i francesi che ci ammirano, semmai. Fin dal primo mattino, come ieri, quando la messa cantata di France Info, l’emissione radio del servizio pubblico che apre la giornata di milioni di ascoltatori, ha dedicato un lungo servizio al «modello italiano», ma quanto sono bravi gli italiani anche senza Sinner e Musetti sono pieni di campioni, prendiamoli ad esempio, ma che bella cosa.













